Tra pittura e fotografia, materia e visione, i lavori di Donatella Izzo si muovono in uno spazio in cui l’immagine non è più una semplice rappresentazione, ma un’esperienza sensoriale e psicologica. Discostandosi dai codici tradizionali della pittura, l’artista riesce a costruire mirabilmente una ricerca personale in cui il volto si dissolve, la fotografia viene contaminata dal pigmento e lo spettatore viene chiamato ad attraversare territori sospesi tra memoria, sogno e subconscio. Nei lavori eseguiti la sua poetica pone in discussione di continuo il confine tra reale e immaginato, identità e metamorfosi.
L’intervista
Arstorica – Buongiorno Donatella, è un piacere conoscerla! Ci parla del suo percorso formativo e del momento in cui ha capito che la fotografia sarebbe diventata la sua professione oltreché la sua più grande passione?
Donatella Izzo – Vengo da una formazione accademica a Brera, un ambiente intriso di pittura. Tuttavia, ho sentito quasi subito l’esigenza di scostarmi dal pennello per abbracciare l’obiettivo. Avevo troppe idee in testa ed emozioni veloci per dedicarmi ad uno stesso lavoro per diversi giorni, a volte settimane intere. La fotografia è diventata cosi il mio linguaggio perché mi offriva velocità e nello stesso tempo una crudezza che la pittura non mi dava. Non ho mai percepito il passaggio da passione a professione. Quando mi sono iscritta in accademia sapevo già che l’arte non era solo una passione, ma è una necessità, una vocazione, l’elemento che completava la mia identità. Non ne sono mai riuscita a farne a meno anche se l’avrei desiderato ad essere sincera.
Diritti di copyright di Donatella Izzo: https://www.donatellaizzo.com/bio
Quanto la pittura conta nell’ambito dei suoi lavori fotografici? Approfondisce con noi questo aspetto?
La pittura per me non è mai un elemento decorativo, ma un corpo vivo che interviene sull’immagine. È sempre presente nei miei lavori, ma in una forma non convenzionale: utilizzo il pigmento come un medium che entra in collisione con il dato fotografico. Non mi interessa il realismo; mi interessa la tensione che si crea quando la fissità della fotografia incontra la fluidità e la materia della pittura. Questa unione forzata tra due linguaggi così distanti genera uno spaesamento percettivo: l’opera smette di essere un documento della realtà e diventa una nuova dimensione, un oggetto unico dove il confine tra ciò che è stato catturato dall’obiettivo e ciò che è stato creato dalla mano si dissolve.
Nei suoi “anti-ritratti” il volto sembra perdere la funzione di riconoscimento per diventare uno spazio di tensione e introspezione: cosa significa per lei rappresentare un’identità che non si lascia più leggere attraverso l’apparenza?
L’apparenza è solo la soglia, non il contenuto. Nel mio progetto NO-PORTRAITS, scelgo di negare il dato somatico per spostare l’attenzione su ciò che è invisibile ma sostanziale.
Nel mio lavoro applico il concetto di sottrazione: tolgo l’ovvio per costringere lo sguardo ad andare più a fondo. Se togliamo il volto, se superiamo la superficie della materia, cosa resta? Resta l’essenza psichica, la traccia del vissuto. Per me, andare ‘oltre la superficie’ significa smettere di guardare l’individuo come oggetto estetico e iniziare a percepirlo come un mistero psicologico e inconsci.
Silent Time, 2021,stampa a getto di inchiostro a pigmenti carta 100 cotone 310gsm, credits by Donatella Izzo
Nel progetto “The Dreamers” crea una dimensione sospesa tra reale e onirico, in cui lo spaesamento diventa esperienza centrale: quanto questo cortocircuito percettivo è pensato per destabilizzare lo spettatore e talvolta invece per guidarlo verso una dimensione più intima e subconscia?
In The Dreamers, il cortocircuito percettivo è uno strumento deliberato: utilizzo la metafora di soggetti e oggetti collocati in luoghi dismessi per scardinare le certezze di chi guarda. Non cerco una destabilizzazione gratuita, ma uno spiazzamento che serva da soglia: attraverso il turbamento, lo spettatore è indotto a compiere piccoli ma profondi salti nel proprio subconscio. È un invito a scavare nella memoria personale e nell’io più recondito, trasformando il disorientamento iniziale nella ricerca di un nuovo, necessario equilibrio sensoriale.
Nel passaggio dalla fotografia all’installazione sembra emergere una volontà di “abitare l’immagine”. Le sue opere quindi diventano spazi percorribili che mettono in crisi la percezione. Serve per far sì che lo spettatore sia parte attiva del suo processo?
Esattamente. Il passaggio dalla fotografia all’installazione nasce dall’esigenza di rompere la quarta parete. Non mi basta più che lo spettatore guardi l’immagine; voglio che la ‘abiti’. Trasformando l’opera in uno spazio percorribile, rendo lo spettatore un elemento attivo e integrante del processo creativo. Mettere in crisi la sua percezione attraverso il volume e la materia serve a spostare l’esperienza dal piano puramente visivo a quello fisico e sensoriale. In questo modo, chi entra nell’opera non è più un osservatore passivo, ma un protagonista che, con la sua presenza e il suo movimento, completa il senso del lavoro stesso.
L’estate addosso, credits by Donatella Izzo
Nei suoi lavori ha mai fatto ricorso a delle tecniche sperimentali? Se si, ce ne parla?
Assolutamente sì. Utilizzo la tecnica sperimentale come atto di ribellione alla perfezione. La fotografia per me è un medium plastico: la scalfisco, la contamino e la forzo a dialogare con elementi estranei. Nelle mie produzioni più recenti, questo approccio mi ha portata a essere definita “l’eretica della fotografia”.
Proprio perché tradisco in qualche maniera il concetto di fotografia, lo abbraccio ma lo nego allo stesso tempo. Non cerco la nitidezza e la perfezione dell’immagine, ma la verità del materiale; stravolgere la tecnica significa per me scendere sotto la superficie del visibile per far emergere la natura più cruda e autentica dell’opera.
Ci può parlare di “Insonnia” e che cosa rappresenta per lei questo lavoro?
Insonnia è un progetto che appartiene al mio passato, ma che conservo nel cuore: rappresenta senza dubbio la mia parte più oscura e viscerale. Riflettendoci ora, grazie alla vostra domanda, mi rendo conto di un legame incredibile: sono passata dalla privazione del sonno di Insonnia alla dimensione onirica di The Dreamers quasi senza accorgermene. Se in Insonnia scavavo nel mio lato più recondito attraverso il bianco e nero e toni estremamente dark, in The Dreamers — pur mantenendo una certa gravità concettuale — c’è un ritorno al colore, e quindi alla luce. È come se fossi passata dal tormento della veglia forzata alla libertà, seppur complessa, del sogno.
Quali sono state le sensazioni e le emozioni provate nel corso della sua prima mostra personale alla Galleria Obraz di Milano?
La Galleria Obraz ha rappresentato un tassello fondamentale del mio percorso formativo e professionale. Per molti artisti della mia generazione, era una vetrina prestigiosa e dinamica, capace di intercettare le nuove direzioni dell’arte contemporanea. L’emozione della mia prima personale lì è legata soprattutto al senso di responsabilità: è stata la prima vera occasione in cui ho percepito che la mia ricerca artistica stava prendendo una forma definitiva e pubblica, uscendo dai confini dell’accademia per entrare nel mondo reale.
Sta già lavorando a nuove opere? Se si, ci vuole anticipare qualcosa?
Sì, sono assorbita da un nuovo progetto intitolato Post Eden: l’ultranatura. In questo lavoro, la mia ricerca sulla frammentazione dell’identità compie un salto di scala: dall’individuo alla Natura.
In questo lavoro, il concetto di ‘ultranatura’ non è solo estetico, ma filosofico: è ciò che emerge quando l’artificio cede il passo a una forza vitale inarrestabile.
Post Eden immagina una dimensione che non è più solo ‘natura’ nel senso classico, ma una forza ancestrale e tecnologica al tempo stesso che si riappropria degli spazi. Attraverso l’uso di tecniche ibride esploro questa ‘ultranatura’ come un organismo, capace di rigenerarsi tra le macerie del nostro tempo e l’intervento dell’uomo. È una riflessione su un nuovo inizio, dove il sacro non risiede più nell’uomo, ma in questa vegetazione ribelle e aliena che fiorisce oltre il confine del nostro controllo. È un lavoro che mette in discussione l’antropocentrismo, invitando lo spettatore a sentirsi parte di un ciclo biologico e spirituale molto più vasto e indomabile.




Scrivi un commento