Un percorso artistico quello di Ilaria Sagaria in cui pittura e fotografia coesistono in maniera molto suggestiva. Nei suoi lavori l’immagine non è mai un punto fermo, ma costituisce un luogo di passaggio in cui il visibile si intreccia con ciò che è in ombra. Le sue opere sembrano quasi emergere da una dimensiona sospesa in cui i corpi rappresentati sono indefiniti, i simboli sono in continua trasformazione e la luce non illumina solamente, ma rivela e nasconde allo stesso tempo.

Facendo ricorso alla storia dell’arte, a materiali d’archivio e a una ricerca molto intima sull’identità, Ilaria Sagaria crea, nelle sue fotografie, delle immagini aperte, stratificate, in grado di accogliere lo sguardo dello spettatore quale parte integrante del processo creativo. In questo dialogo incessante tra passato e presente, fragilità e metamorfosi, nasce un linguaggio visivo non in grado di dare risposte definitive ma che invita a sostare nell’ambiguità, nell’inquietudine e nella bellezza.

L’intervista

Arstorica – Buongiorno Ilaria, piacere di conoscerla. Ci può parlare della sua formazione artistica? 

Ilaria Sagaria – Buongiorno e grazie per avermi invitata a fare questa intervista. Ho condotto i miei studi presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, approfondendo sia la pittura che la fotografia. Col tempo ho iniziato ad integrare i due linguaggi visivi perché sentivo che la pittura non era abbastanza ma non volevo distaccarmene completamente.

Diritti di copyright di Ilaria Sagaria

La pittura nei suoi lavori fotografici è un elemento molto importante. Ci può approfondire meglio questo aspetto?

Mi sento molto legata alla pittura perché è stato il mio primo amore. Prima di dedicarmi alla fotografia dipingevo, e per questo sono sempre stata molto attratta dallo studio del colore e della luce. Quando ho iniziato a fotografare, mi sono portata dietro ciò che avevo imparato dalla pittura e, più in generale, dalla storia dell’arte. Con il tempo ho fatto mio quell’immaginario visivo pieno di pathos e mistero: a volte torna fuori in modo consapevole, attraverso una ricerca precisa; altre volte emerge in maniera inconscia, ancora prima che il pensiero riesca a mettere insieme le connessioni.

Come si esplica il rapporto tra passato e contemporaneità nelle sue fotografie?

Sono convinta che non si possa leggere davvero il presente senza guardare al passato e, in qualche modo, portarselo dietro. Quando passato e contemporaneo riescono a dialogare, ciò che nasce assume un carattere più universale e fuori dal tempo.

Negli ultimi lavori, alcuni ancora in fase di sviluppo, mi sto concentrando molto su materiali d’archivio, come testi di antichi manoscritti, illustrazioni e immagini. Mi interessa rielaborarli e metterli in relazione con le mie foto. Mi affascina l’idea di mescolare questi elementi per generare nuove immagini e costruire possibili nuovi universi e storie.

Diritti di copyright di Ilaria Sagaria

Il corpo femminile nelle sue opere appare sovente sospeso tra opposti (luce/ombra, grazia/tormento): che tipo di visione dell’identità femminile emerge da questa dualità?

Questo accade soprattutto nel lavoro Piena di grazia, dove le presenze femminili che abitano le immagini cercano di sottrarsi a una definizione univoca. La grazia suggerita dal titolo viene progressivamente messa in discussione lungo una sorta di “non narrazione” fotografica: a immagini più armoniose e sensuali si affiancano corpi, gesti e dettagli più crudi, a tratti inquieti.

Il lavoro si costruisce proprio su questa tensione, su una linea sottile che separa — ma allo stesso tempo mette in relazione — due poli solo apparentemente opposti. Mi interessa indagare un’identità femminile che non sia stabile né pacificata, ma attraversata da contraddizioni, fragilità e forze contrastanti. In questa prospettiva, luce e ombra, grazia e tormento non sono elementi in conflitto, ma parti di uno stesso linguaggio, che convivono e si definiscono a vicenda.

Diritti di copyright di Ilaria Sagaria

Quanto è importante il ruolo dello spettatore nell’interpretazione delle sue opere?

È un ruolo centrale, se non indispensabile, perché io definisco tutti i miei lavori “aperti”.

L’interpretazione che offro non è una chiave definitiva, ma piuttosto un punto di accesso e di partenza che invita lo spettatore a entrare nell’immagine. Ognuno porta con sé il proprio vissuto, le proprie immagini interiori, e questo inevitabilmente modifica ciò che vede. Mi interessa proprio questo spazio di libertà, in cui l’opera non si esaurisce in un unico senso ma resta disponibile a più letture, anche contraddittorie. In questo senso, lo spettatore non è solo un osservatore, ma parte attiva del processo creativo.

Nella sua serie di fotografie “Crisalidi” in che modo gli elementi visivi – come il corpo, i materiali e la postura – riescono a esprimere un passaggio tra fragilità e rinascita?

Nella serie Crisalidi il passaggio tra fragilità e rinascita emerge attraverso corpo, materiali e postura. I corpi appaiono sospesi, vulnerabili, colti in una fase di trasformazione: non sono mai del tutto definiti, ma in bilico tra protezione ed esposizione.

Gli elementi d’archivio – come le immagini di insetti e i riferimenti entomologici – suggeriscono l’idea di metamorfosi e ciclo vitale, alludendo ad una dimensione in cui realtà e immaginazione si intrecciano. Allo stesso tempo, rimandano a un senso di impermanenza e alla complessità della costruzione dell’identità. Le posture, spesso fuggevoli o interrotte, restituiscono un’inquietudine sottile legata alla crescita. In questo modo, fragilità e rinascita non si oppongono, ma convivono come parti dello stesso processo di trasformazione.

Diritti di copyright di Ilaria Sagaria

Tra le sue opere ve ne è una a cui è particolarmente affezionata e che la rappresenta maggiormente? 

Quando mi vien fatta questa domanda penso sempre alla fotografia della melagrana: è un’immagine che fa parte della serie Piena di grazia, in cui una donna seduta e vestita di nero – di cui non compare il volto – regge tra le mani questo frutto spaccato in due e di un rosso intenso. Anche se non sono io nella foto, la considero un mio autoritratto perché riesce a suscitare tante emozioni contrastanti in cui mi ci ritrovo: bellezza e grazia ma anche malinconia e inquietudine.

Nella serie “Il dolore non è un privilegio”, il volto – generalmente simbolo di identità – viene nascosto, negato o trasformato. Come questa scelta visiva riflette la perdita e la ricostruzione dell’identità nelle vittime di violenza?

“Il dolore non è un privilegio” è un lavoro che racconta della violenza tramite acido, le cui vittime – quasi sempre donne – vengono colpite con getti di acido corrosivo sulla pelle del volto principalmente. Il volto è ciò che ci definisce; quando viene deturpato, non è solo il corpo a essere colpito, ma anche la memoria di sé.

Le vittime vivono una frattura profonda tra ciò che erano e ciò che sono diventate, spesso evitando vecchie fotografie di loro stesse e sguardi esterni. Il volto nascosto nelle fotografie traduce visivamente questa assenza e, allo stesso tempo, suggerisce un’identità che deve essere ricostruita a partire da quella perdita.

Senza fare troppi spoiler, che progetti ha per il futuro?

Per il futuro non saprei, ho troppe cose a cui dedicarmi nel presente. Posso dirti che al momento sto lavorando a tre nuovi lavori e sono in una fase molto produttiva che mi rende molto felice e carica di energie positive.