Viola Liuzzo
L’americana Viola Fauver Liuzzo è stata un’attivista per i diritti civili, uccisa da alcuni membri del Ku Klux Klan mentre contribuiva come volontaria alla marcia di Selma.
Nata con il nome di Viola Gregg l’11 aprile 1925 in Pennsylvania, era figlia di un minatore autodidatta, Heber Ernest Gregg, e di un’insegnante, Eva Wilson. La famiglia, già di per sé con scarsi mezzi economici, sprofondò ancor più nella povertà quando Heber Ernest perse una mano a causa di un’esplosione sul lavoro; da quel momento, l’intera famiglia dipendeva da solo reddito di Eva, che faticava a trovare lavoro come insegnante. Nel 1930, l’arrivo di un’altra figlia, Rose Mary, aggravò ancora di più la situazione a livello finanziario. In piena Grande depressione, tutta la famiglia si trasferì nel Tennessee, dove Eva aveva infine trovato un posto come insegnante: fu in quella cittadina, Chattanooga, che Viola per lo più crebbe e frequentò la scuola, venendo a contatto con le classi sociali più umili e povere e, soprattutto, con il segregazionismo razziale, che lasciò su di lei un’impronta indelebile.
Diritti di copyright di https://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/8/8e/Viola_Liuzzo.jpg
Gli anni della guerra
Negli anni Quaranta, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale in Europa diede un inedito impulso all’economia statunitense; la famiglia si trasferì così nel Michigan, dove Heber sperava di trovare lavoro presso una fabbrica di bombe a Ypsilanti. Viola fuggì di casa per inseguire un innamorato all’età di sedici anni, ma la relazione naufragò e la ragazza tornò a casa poco dopo. Nel 1943 la famiglia si spostò di nuovo, questa volta a Detroit, una città dove le tensioni razziali erano alte; gli scontri erano all’ordine del giorno e più volte la giovane Viola fu testimone di ribellioni e di violenze, che contribuirono a plasmare la sua opinione sulle questioni razziali.
In quell’anno, trovò lavoro in un ristorante e ne sposò il direttore, George Argyris, con cui ebbe due figlie e rimase insieme fino al 1949. Appena due anni dopo si risposò con Anthony Liuzzo, un esponente del sindacato, da cui ebbe altri tre figli; si stabilirono definitivamente a Detroit, dove la coppia crebbe anche le due figlie del primo matrimonio.
Istruzione per tutti
Una delle questioni che più stavano a cuore a Viola era il diritto all’istruzione: era convinta che molti dei problemi correlati alle tensioni razziali e alla povertà scaturissero da una mancanza di adeguata istruzione, che a sua volta alimentava situazioni di degrado e violenza. Lei per prima, consapevole della sua scarsa istruzione, tentò di rimediare iscrivendosi part-time alla Wayne State University (1962) per diventare assistente di laboratorio.
Diritti di copyright di https://www.chattanoogan.com/2015/3/2/295174/John-Shearer-Selma-Participant-Viola.aspx
Viola Liuzzo era molto critica nei confronti delle leggi di Detroit, sia quelle del segregazionismo sia quelle relative all’istruzione, che non stabilivano un tetto minimo di frequenza scolastica e permettevano perciò agli studenti di abbandonare con facilità i percorsi di studio. Secondo lei, anziché permettere ai ragazzi più giovani di lasciare la scuola per aiutare economicamente le famiglie, era compito dello Stato aiutare le famiglie affinché potessero mandare i propri figli a scuola. Per protesta, per due mesi Viola ritirò i propri figli dalla scuola pubblica e li istruì a casa: un’azione che, per le sue implicazioni politiche e sociali, le costò un arresto e una condanna alla libertà vigilata.
L’attivismo di Viola Liuzzo diventò ancora più impegnato quando conobbe l’afroamericana Sarah Evans. Le due donne scoprirono di avere molto in comune – entrambe cresciute nel profondo Sud, entrambe con le stesse opinioni sulla questione razziale, entrambe desiderose di contribuire alla causa dei diritti civili – e divennero molto amiche; Viola assunse poi Sarah come babysitter e governante per aiutarla con i bambini. In quegli anni, inoltre, Viola iniziò a frequentare la NAACP, l’Associazione nazionale per i diritti delle persone di colore, e la Chiesa degli unitariani universalisti di Detroit. In entrambi i casi, la donna si sentì sempre più coinvolta nelle lotte per i diritti civili e in lei crebbe il desiderio di fare di più.
La fatale marcia di Selma
Il 1965 fu fatale per Viola Liuzzo. Attratta dalle marce di protesta che erano nate a Marion, Alabama, e si stavano espandendo fino a Selma, rimase scioccata dalle immagini di violenza che vennero trasmesse in televisione dopo la cosiddetta “Domenica di sangue”: il 7 marzo 1965, il gruppo disarmato di seicento attivisti che si era raccolto presso l’Edmund Pettus Bridge era stato brutalmente attaccato dalla polizia. In quei giorni, anche altri attivisti e simpatizzanti furono aggrediti e talvolta uccisi, come James Reeb, reverendo della Chiesa degli unitariani universalisti e attivista per i diritti civili.
Diritti di copyright di https://aaregistry.org/story/activist-viola-liuzzo-born/
Di fronte a quegli eventi, il 16 marzo 1965 Viola Liuzzo decise di dare il suo contributo. Lasciò un messaggio al marito in cui lo pregava di prendersi cura dei bambini e gli spiegava che sentiva il bisogno di partecipare alla lotta; prese la sua auto e raggiunse Selma, dove si offrì volontaria per trasportare le persone che volevano partecipare alla marcia da e per l’aeroporto o la stazione dei treni.
La marcia iniziò il 21 marzo: più di 3.000 persone di tutte le classi sociali, senza distinzioni di età, genere o razza, che marciarono verso Montgomery, raggiungendo infine la straordinaria cifra di 25.000 partecipanti. Il 25 marzo Viola si offrì ancora di trasportare passeggeri, questa volta da Montgomery a Selma: insieme al diciannovenne afroamericano Leroy Moton, salì sulla sua auto e si diresse verso Selma.
Mentre erano fermi a un semaforo, furono affiancati da un’altra auto con a bordo quattro uomini bianchi, che appena videro una donna bianca e un uomo di colore insieme, si misero all’inseguimento. Tre di loro erano esponenti del Ku Klux Klan, mentre il quarto uomo, Gary Thomas Rowe, era un informatore dell’FBI: la sua presenza però non cambiò il corso degli eventi. I quattro uomini inseguirono l’auto di Viola, la superarono e spararono due proiettili nella testa della donna. La macchina andò fuori strada, arenandosi in un fosso. Moton, miracolosamente illeso, finse però di essere morto e corse a chiedere aiuto quando gli assassini si allontanarono.
Lotta per la verità
Al funerale di Viola Liuzzo il 30 marzo parteciparono decine e decine di persone, incluso Martin Luther King Jr. Ma la morte della donna fu solo l’inizio: pochi giorni dopo, il Ku Klux Klan seminò una serie di minacce contro gli attivisti più in vista di Detroit e l’FBI intervenne con una campagna diffamatoria nei confronti di Viola Liuzzo, il tutto per insabbiare il fatto che un loro informatore era stato presente all’omicidio e che l’agenzia federale non era intervenuta pur essendo a conoscenza del pericolo.
Viola venne accusata di essere stata sotto stupefacenti, di aver avuto una relazione con Moton, di essersi insomma procurata la propria morte a causa del proprio comportamento inaccettabile, anche se l’autopsia rivelò che non vi erano tracce di droga o di rapporti sessuali. Fu solo nel 1978 che, dopo anni di lotte da parte dei figli di Viola, emerse infine il ruolo dell’FBI nella vicenda: la famiglia Liuzzo fece causa all’FBI per danni, ma la sua richiesta di iniziare un procedimento venne respinta.
Oggi, il nome di Viola Liuzzo compare nel Memoriale dei diritti civili a Montgomery; la Wayne State University le ha conferito un dottorato postumo nel 2015.
A cura di Chiara Saibene.




Scrivi un commento