Negli anni tumultuosi della Rivoluzione francese, il nome di Charlotte Corday viene ricordato soprattutto per il suo atto estremo: l’assassino di Jean-Paul Marat. Sulle morte di Marat molto si è detto e scritto, tanto che non è facile risalire alla versione dei fatti corretta.
Di Charlotte Corday sappiamo che nacque in un paesino della Normandia il 27 luglio 1768, figlia del nobiluomo, anche se di mezzi limitati, Jacques François de Corday d’Armont e di Jacqueline-Charlotte-Marie de Gontier des Autiers, imparentata alla lontana con il grande scrittore Pierre Corneille. La madre Jacqueline morì quando Charlotte aveva tredici anni: la ragazza, insieme alla sorella Jean Jacqueline, furono mandate in un monastero a Caen, l’Abbaye aux Dames, mentre i due fratelli Alexis e Charles Jacques rimasero con il padre. Fu ad Abbaye aux Dames che per la prima volta la giovane lesse gli scritti di Plutarco, Rousseau e Voltaire che avrebbero influenzato la sua posizione politica.
La Rivoluzione
Lo scoppio della Rivoluzione francese cambiò però l’assetto sociopolitico e i monasteri, incluso quello in cui si trovavano Charlotte e la sorella, furono soppressi. Senza più un posto dove stare, le due sorelle furono accolte a Caen da una zia, Madame de Bretteville, mentre i due fratelli, che si erano avvicinati al partito monarchico favorevole al ripristino dei Borbone, erano entrati a servizio del principe di Condé, contrario alla rivoluzione. Charles Jacques sarebbe morto per mano dei Repubblicani nel 1775. Il padre Jacques François, per le sue idee e classe sociale, venne inserito in una lista di indesiderati ed emigrò in Spagna, dove già si era stabilito l’altro figlio, Alexis. In Spagna Jacques François morì; l’unico a sopravvivere fu Alexis, che rientrò in Francia con la restaurazione.
Di tutta la sua famiglia, Charlotte era l’unica rivoluzionaria. Dove Charles Jacques era stato, al contrario, un ultrarealista, difensore della natura divina del potere dei re, Charlotte si convertì alle idee illuministe, auspicando un futuro di modernità, uguaglianza e giustizia sociale. Non era però un’estremista come i Giacobini; la giovane era anzi vicina ai Girondini, che tentavano di limitare gli eccessi di violenza promossi dalla fazione dei Montagnardi, il cui capo era Jean-Paul Marat.
Una vita per mille
Più la Rivoluzione deragliava verso il periodo del Terrore, più Charlotte Corday si allineava con le idee moderate dei Girondini e si convinceva che l’unica strada per salvare la Francia era fermare i Montagnardi e le loro condanne di massa. Il settembre 1792 fu un mese estremamente sanguinario: si stima che circa seimila prigionieri vennero giustiziati per ordine di Marat. Gli stessi Girondini, ora in inferiorità, dovettero darsi alla fuga: molti fuggirono in Normandia e lì continuarono a riunirsi per pianificare il futuro politico della Francia. Charlotte ebbe modo di frequentare le loro riunioni e di confrontarsi con i nomi maggiori del partito girondino (Buzot, Salle, Pétion, Barbaroux): tutti erano d’accordo nell’accusare Marat di essere la causa del Terrore e del fallimento della Rivoluzione.
Con il passare dei mesi e l’aumento dei massacri e delle fughe da Parigi, Charlotte Corday si convinse sempre di più che l’assassinio di Marat sarebbe stato un atto moralmente giustificato, un tirannicidio che avrebbe salvato migliaia di vite. Non solo la donna si opponeva a quel bagno di sangue e di terrore, ma anche all’esecuzione del re Luigi XVI e della regina Maria Antonietta: pur essendo rivoluzionaria, non riteneva giusto giungere a tali estremi, e temeva che un atto del genere avrebbe scatenato una guerra civile irreversibile. Forse la goccia che fece traboccare il vaso fu l’esecuzione del parroco di Caen tramite ghigliottina: un’ulteriore vittima della follia del Terrore.
L’ultima infamia
Il 9 luglio 1793 Charlotte Corday partì da Caen portando con sé una copia delle Vite parallele di Plutarco e una lettera di raccomandazione di Barbaroux; giunta a Parigi, prese una camera all’Hôtel de Providence e comprò un coltello da cucina. Prima di proseguire con il suo proposito, scrisse una lettera per descrivere le motivazioni del suo gesto, Adresse aux Français amis des lois et de la paix, “lettera indirizzata ai francesi, amici della legge e della pace”. Inizialmente, il suo piano era di assassinare Marat di fronte all’intera Convenzione, per fare di lui un esempio, ma l’uomo ormai non frequentava più gli eventi pubblici a causa di una malattia alla pelle che lo costringeva a casa. Così, il 13 luglio, prima di mezzogiorno, si presentò a casa di Marat, adducendo di conoscere piani segreti dei Girondini di vitale importanza, ma Catherine Evrard, sorella di Simonne, compagna di Marat, le impedì di entrare.
Le cronache riportano che Charlotte si ripresentò allora alla sera: questa volta alla porta l’accolse Albertine, la sorella di Marat (altre fonti citano invece Simonne), che a sua volta voleva proibirle l’accesso; Marat, udendo la voce di Charlotte e convinto che fosse un’informatrice importante, chiese che venisse fatta entrare. Marat, come viene dipinto in tutti i quadri dedicati alla sua morte, era nella vasca da bagno per lenire il fastidio della sua malattia. Rimanendo fedele al ruolo che stava recitando, Charlotte riportò a Marat dei disordini in Normandia e gli comunicò anche i nomi di alcuni fuggitivi che si erano nascosti a Caen. Nella versione riportata da Alphonse de Lamartine, pare che Marat esclamò: «Bene! Prima di otto giorni andranno tutti sulla ghigliottina!» e che quella fu per Charlotte “l’ultima infamia”, la prova di cui aveva bisogno per procedere. Con forza, conficcò il coltello nella gola di Marat (alcuni dicono nel cuore).
Charlotte Corday venne fermata da Simonne e da alcuni domestici e consegnata alla giustizia dei rivoluzionari. A difenderla, sebbene inutilmente, fu Claude François Chauveau-Lagarde, un avvocato dagli ideali moderati che nel periodo del Terrore avrebbe difeso molte cause perse, tra cui quella di Maria Antonietta e di Madame du Barry, e che rischiò a sua volta la ghigliottina. Le giustificazioni di Charlotte e la sua convinzione di aver agito nel nome della giustizia non la salvarono: Charlotte Corday venne condannata a morte e a indossare al patibolo la camicia rossa dei parricidi. Morì ghigliottinata a Parigi il 17 luglio 1793.
A cura di Chiara Saibene.

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