Martina Di Bella ha sviluppato un percorso artistico che spazia dalla pittura all’illustrazione fino alla grafica d’arte, creando un linguaggio dove segno, materia e colore sono elementi essenziali per esplorare a fondo l’interiorità. Dopo un percorso formativo unico, l’artista è stata in grado di portare avanti una ricerca in cui tecnica, sensibilità e riflessione sulla percezione sono essenziali per la sua arte. Nel corso del suo percorso artistico è stata in grado di sviluppare una visione dell’opera concepita come spazio di dialogo con l’osservatore. Nel corso del nostro confronto ci ha anche parlato della sua serie di lavori Dreams, del rapporto che ha instaurato – nel corso del suo operato – con la psicologia dell’arte e del significato profondo che hanno per lei le immagini.

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L’intervista

Arstorica – Buongiorno Martina, piacere di conoscerla. Ci può parlare della sua formazione artistica?

Martina Di Bella – Buongiorno, il piacere è mio. La mia formazione non è stata un percorso lineare, ma un insieme di esperienze che, nel tempo, hanno trovato un equilibrio naturale. Fin da ragazzina desideravo studiare arte, ma quel desiderio è rimasto in attesa per diversi anni. Nel frattempo ho continuato a coltivare la mia ricerca da autodidatta, sperimentando e disegnando con costanza. Dopo la laurea triennale in Comunicazione e Società presso l’Università degli Studi di Milano, ho scelto di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Non ho mai vissuto questo passaggio come un cambio di direzione, ma come il naturale proseguimento di un percorso. Gli studi in comunicazione mi hanno lasciato strumenti preziosi: mi hanno insegnato a organizzare il pensiero, ad analizzare i processi e a costruire un metodo che oggi ritrovo pienamente anche nella pratica artistica. La vera svolta è arrivata durante il triennio a Brera, quando ho scoperto la Grafica d’Arte.

Sono rimasta affascinata dalla sua dimensione profondamente materica: il rito del torchio, l’odore degli inchiostri, la resistenza della matrice, il tempo necessario perché un’immagine prenda forma. Ho capito quasi subito che il mio modo di lavorare aveva bisogno di quel rapporto diretto con la materia e, proprio per questo, ho deciso di proseguire con la specialistica nello stesso ambito. In quegli anni, accanto alla ricerca incisoria, ho iniziato a sviluppare anche una pratica pittorica personale. All’inizio era uno spazio di sperimentazione, quasi parallelo, ma con il tempo è diventato il nucleo della serie Dreams, che ha assunto un ruolo centrale nella mia produzione dopo la conclusione dell’Accademia. Ho sempre cercato di nutrire la mia ricerca anche attraverso esperienze esterne, frequentando corsi e approfondendo discipline diverse. Un momento particolarmente importante è stato l’incontro con la Psicologia dell’Arte: è lì che molti elementi della mia ricerca hanno trovato una sintesi. Ho iniziato a osservare il linguaggio visivo non solo come mezzo espressivo, ma anche come strumento capace di influenzare la percezione, le emozioni e il dialogo con chi osserva.

Martina Di Bella, Dreams – Shadows III, 40×50 cm, Acrylic on Canvas – © Martina Di Bella

Che sensazioni prova quando realizza i suoi lavori?

La risposta più sincera è: dipende. Ogni linguaggio artistico mi porta in uno stato mentale diverso e, proprio per questo, anche le sensazioni cambiano continuamente. Quando realizzo i miei disegni a puntini entro in una dimensione quasi ipnotica. Il gesto si ripete migliaia di volte e, insieme a lui, cambia anche il ritmo del pensiero. È curioso, perché mentre lavoro raramente penso all’immagine che sto costruendo: parto da un soggetto preciso e poi la mente prende altre direzioni, spesso completamente scollegate dal disegno. È un processo molto meditativo. Con la pittura accade qualcosa di differente. Quando lavoro alla serie Dreams provo una sensazione di felicità profonda. È come entrare in un luogo che riconosco perfettamente, anche se non esiste nel mondo reale. Ogni volta ho l’impressione di attraversare una soglia verso un paesaggio sospeso, familiare e misterioso allo stesso tempo, che riesce a mettermi in contatto con una dimensione difficile da descrivere a parole. Quando invece dipingo le tavole dedicate alle texture dell’acqua o della pietra, prevale una calma assoluta. In quei momenti mi lascio guidare dal colore, osservando come reagisce sulla superficie. È un processo lento, quasi contemplativo, di cui sento periodicamente il bisogno. La Grafica d’Arte, infine, coinvolge una parte diversa di me. L’incisione richiede progettazione, precisione e tempi lunghi.

Ogni fase — dall’ideazione della matrice fino alla stampa al torchio — impone attenzione e controllo. È probabilmente il linguaggio attraverso cui riesco a trasformare il caos delle idee in una struttura rigorosa. Ritrovo la stessa esigenza anche quando progetto un’installazione. Se c’è una costante, però, è questa: quando lavoro mi sento libera. La pratica artistica è il luogo in cui riesco a esprimermi con maggiore naturalezza e in cui, quasi sempre, provo una forma di gioia autentica.

Il suo lavoro spazia dall’illustrazione alla pittura, fino alle tecniche di stampa d’arte tradizionali. Come dialogano tra loro questi linguaggi nel suo processo creativo?

Per me non esistono compartimenti stagni. Ogni tecnica influenza inevitabilmente le altre e, nel tempo, è nato un dialogo continuo tra linguaggi diversi. La Grafica d’Arte, ad esempio, mi ha trasmesso un forte rigore progettuale e una particolare attenzione al segno, aspetti che ritornano anche nelle mie illustrazioni. La Pittura, invece, ha introdotto una maggiore libertà, soprattutto nell’uso del colore e nella costruzione dell’atmosfera, elementi che spesso finiscono per contaminare anche il mio lavoro incisorio. Non considero mai una tecnica come un semplice mezzo esecutivo. Ognuna possiede un carattere, un ritmo e una modalità di pensiero differenti. Per questo non scelgo il linguaggio in base all’abitudine, ma in funzione dell’idea che desidero sviluppare. Ci sono progetti che chiedono il rigore dell’incisione, altri che hanno bisogno della libertà della pittura, altri ancora che trovano nell’illustrazione il modo più diretto per raccontarsi. In fondo, tutti questi linguaggi condividono la stessa ricerca.

Cambia la forma, ma resta costante il desiderio di creare immagini capaci di attivare una relazione con chi le osserva. La pittura suggerisce, l’illustrazione racconta, la grafica d’arte essenzializza. Sono voci diverse che appartengono allo stesso discorso.

Nelle sue opere si nota una grande attenzione al segno, alla materia e alla dimensione emotiva del colore. Da dove nasce la sua sensibilità visiva?

Credo nasca dall’incontro tra due elementi che considero inseparabili: la struttura del segno e la forza evocativa del colore. Fin dall’inizio ho sentito il bisogno di osservare non solo la natura, ma anche le persone. Con il tempo ho iniziato a percepire ogni individuo come un paesaggio, fatto di stratificazioni, equilibri, zone di luce e aree d’ombra. Questa idea ha influenzato profondamente il mio modo di costruire un’immagine. La serie Dreams è nata proprio da questa ricerca. All’inizio quei dipinti erano un linguaggio estremamente personale, quasi un diario visivo costruito attraverso il colore. Con il tempo, però, ho iniziato a notare che molte persone reagivano a quelle opere in modo sorprendentemente diverso, trovandovi emozioni, ricordi o stati d’animo che spesso non coincidevano con i miei. È stato un momento importante, perché mi ha fatto capire quanto il colore possa diventare uno spazio di relazione tra l’opera e chi la osserva.

Per un periodo ho anche scelto di donare alcuni dipinti a persone che, secondo la mia sensibilità, attraversavano particolari momenti della loro vita. Mi interessava osservare come un’immagine potesse entrare nella quotidianità di qualcuno e accompagnarlo nel tempo. Quelle esperienze hanno alimentato ulteriormente la mia ricerca e il mio interesse per la Psicologia dell’Arte. Oggi considero il colore molto più di un elemento estetico. È un linguaggio capace di suggerire, evocare e mettere in movimento qualcosa dentro chi guarda. Non offre risposte, ma apre possibilità.

Molte delle sue opere sembrano evocare mondi interiori, simboli e figure femminili cariche di significato. Quali temi sente più necessari da raccontare attraverso la sua arte?

Sono da sempre affascinata da tutto ciò che rimane sotto la superficie: ciò che non viene detto, ciò che spesso sfugge anche a noi stessi. Per questo motivo non cerco mai di costruire immagini che offrano una lettura univoca. Mi interessa molto di più lasciare uno spazio aperto, nel quale ogni persona possa ritrovare qualcosa della propria esperienza. Credo che un’opera continui davvero a vivere quando genera domande, più che quando pretende di dare risposte. Le figure femminili che ricorrono nel mio lavoro nascono proprio da questa esigenza. Non rappresentano persone specifiche né hanno un valore puramente estetico. Sono presenze simboliche, quasi archetipiche, che abitano uno spazio sospeso tra il mondo esterno e quello interiore. Attraverso la loro immobilità, il silenzio dei gesti o degli sguardi, cerco di raccontare la complessità emotiva che ciascuno di noi porta con sé. Uno degli aspetti che considero più importanti nella mia ricerca è la possibilità di offrire diversi livelli di lettura.

Mi piace l’idea che due persone possano osservare la stessa opera e uscirne con esperienze completamente differenti. In fondo, ogni immagine si completa soltanto nel momento in cui incontra lo sguardo di qualcuno. Se c’è un tema che sento davvero necessario raccontare, è proprio questo: il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che riconosciamo dentro di noi. L’arte, per me, è uno spazio di incontro tra queste due dimensioni.

C’è un tema a cui è più affezionata tra quelli che tratta nelle sue opere?

Se guardo al mio percorso, ci sono due nuclei di ricerca ai quali resto particolarmente legata. Il primo coincide con la nascita dei Dreams. Le opere iniziali erano molto diverse da quelle attuali: non contenevano forme riconoscibili, ma erano costruite esclusivamente attraverso passaggi di colore stesi con rapidità. Ogni dipinto custodiva il ricordo di un’esperienza vissuta, tradotta in una sorta di paesaggio emotivo. Mi piace pensare a quei lavori come alla vista dal finestrino di un treno in corsa: il paesaggio scorre velocemente, i contorni si dissolvono e ciò che rimane è una memoria fatta quasi soltanto di colore. L’altro nucleo è quello dedicato alla mitologia, una ricerca che ho sviluppato alcuni anni fa e alla quale continuo a sentirmi profondamente legata.

Mi affascina il modo in cui il mito riesce a raccontare l’essere umano attraverso simboli che attraversano i secoli senza perdere la propria forza. Credo che le grandi narrazioni mitologiche parlino ancora oggi di noi, delle nostre paure, dei desideri e delle trasformazioni che affrontiamo nel corso della vita. Forse è proprio questo che continuo a cercare nel mio lavoro: immagini capaci di parlare dell’esperienza umana senza descriverla in modo diretto. Il simbolo possiede una straordinaria eleganza. Permette di raccontare qualcosa di profondamente personale lasciando, allo stesso tempo, la libertà a chi osserva di riconoscervi la propria storia.

Martina Di Bella, Dreams – Shadows I, 40×50 cm, Acrylic on Canvas – © Martina Di Bella

C’è una mostra o un’esperienza artistica che considera più importante per la sua crescita personale e professionale?

È difficile individuare un solo momento, perché ogni esperienza ha lasciato un segno e ha contribuito, in modo diverso, alla mia crescita. Se però ripenso alle tappe fondamentali del mio percorso, alcune emergono con particolare chiarezza. L’Accademia di Belle Arti di Brera è sicuramente una di queste. Prima come studentessa e poi come docente di Tecniche dell’incisione calcografica, ho avuto la fortuna di vivere quell’ambiente da entrambe le prospettive. Sono stati anni di formazione intensa, non solo sul piano tecnico ma anche umano. Porto con me gli insegnamenti di docenti che hanno influenzato profondamente il mio modo di lavorare. La professoressa Parisi mi ha trasmesso un amore autentico per la Grafica d’Arte, mentre il professor Casiraghi, attraverso la cromatologia, ha cambiato il mio modo di osservare il colore e di comprenderne le dinamiche. Anche l’insegnamento è diventato parte integrante della mia ricerca.

Entrare in aula, confrontarmi con studenti provenienti da sensibilità diverse e accompagnarli nel loro percorso significa, ogni volta, rimettere in discussione anche il mio. È uno scambio continuo che considero estremamente prezioso. Sul piano professionale ricordo con particolare affetto il progetto Mondonovo, nel 2014, che mi ha portata a Venezia e al Laboratorio Fallani. È stata la mia prima esperienza in quella città e il contatto con una realtà artigianale così ricca ha ampliato enormemente il mio modo di guardare alla grafica d’arte. Qualche anno dopo, la partecipazione alla III Biennale d’Arte del MEAM di Barcellona ha rappresentato un’importante occasione di confronto internazionale, permettendomi di dialogare con artisti e realtà molto diverse dalla mia. Accanto alle esperienze istituzionali, considero fondamentali anche gli incontri nati in modo spontaneo. Alcuni confronti con altri artisti, avvenuti semplicemente condividendo tempo, disegno e idee, hanno influenzato profondamente il mio percorso. Mi ricordano ancora oggi che l’arte nasce certamente da una ricerca individuale, ma cresce sempre attraverso il dialogo.

Martina Di Bella, Lo specchio fra cielo e terra, 77×55 cm, Acrylic on Canvas – © Martina Di Bella

Esiste un paese straniero in cui le piacerebbe esporre i suoi lavori?

Da qualche anno ho smesso di ragionare per mete precise, anche perché la vita mi ha insegnato a non sottovalutare il potere dei sogni. Molto tempo fa avevo scritto una lista di città che allora mi sembravano irraggiungibili. Erano luoghi in cui speravo, un giorno, di riuscire a esporre almeno un’opera. Conservavo quella lista senza immaginare che sarebbe successo davvero. Oggi, a distanza di molti anni, posso dire con una certa emozione di averle raggiunte tutte. Forse è proprio per questo che non sento più il bisogno di fissare un’unica destinazione. Mi piacerebbe tornare a esporre a New York e sviluppare un progetto più ampio negli Stati Uniti, così come continuo a sentirmi attratta dalle grandi capitali europee. Se invece penso a territori che non ho ancora esplorato, il Giappone esercita su di me un fascino particolare. Mi sento vicina alla sua cultura visiva, all’attenzione per il segno, al rapporto con il tempo e con il silenzio dell’immagine.

Allo stesso modo mi incuriosiscono molto i Paesi scandinavi, per quella sensibilità essenziale e contemplativa che ritrovo spesso anche nella mia ricerca. C’è poi una meta che negli ultimi anni è diventata sempre più presente nei miei pensieri: l’India. Ho scoperto che una parte significativa delle persone che seguono il mio lavoro vive proprio lì. Mi affascina l’idea che le mie opere abbiano trovato spontaneamente una risonanza così lontano da casa. Sarebbe bellissimo poter trasformare quel dialogo virtuale in un incontro reale.

Se dovesse descrivere la sua ricerca artistica attraverso un’immagine, un materiale o una parola simbolica, quale sceglierebbe e perché?

Sceglierei senza esitazione una sola parola: specchio. Non penso però allo specchio come a un oggetto che restituisce semplicemente un riflesso fedele della realtà. Mi interessa l’idea di uno specchio capace di fare qualcosa in più: non limitarsi a mostrare un’immagine, ma restituire una domanda. Per me un’opera d’arte funziona proprio così. Non dovrebbe chiedere soltanto di essere osservata; dovrebbe osservare, a sua volta, chi le sta davanti. È in quel momento che nasce una relazione autentica.

Che lavori con il puntinismo, con la Grafica d’Arte o con la pittura della serie Dreams, il mio obiettivo rimane sempre lo stesso: costruire immagini che non si esauriscano nella loro superficie, ma che possano diventare uno spazio di confronto tra l’opera e chi la guarda. Mi interessa creare soglie più che rappresentazioni. Luoghi in cui ciascuno possa riconoscere qualcosa che appartiene alla propria esperienza, anche se fino a un attimo prima non ne era pienamente consapevole. Se una persona, dopo aver osservato un mio lavoro, non vede soltanto l’opera ma riesce a vedere un po’ meglio anche se stessa, allora sento che quell’immagine ha davvero compiuto il suo percorso.