Il percorso artistico del giovane talento Giorgia Origoni si muove tra videoarte, pittura murale e installazioni ambientali, procedendo lungo quel sottile confine che separa il visibile dall’invisibile. Corpo, spazio e relazione con l’altro sono molto importanti per l’artista perché diventano strumenti di riflessione sulla contemporaneità.  I suoi lavori hanno come obiettivo quello di porsi delle domande sul valore della cura, sull’identità e sulla memoria, facendo sì che l’esperienza personale diventi un racconto in grado di parlare a tutti gli osservatori. Nella sua ricerca artistica Giorgia Origoni vuole raggiungere un dialogo tra individuo, ambiente e comunità. Riflessione e ascolto sono il cuore della sua pratica creativa e questi aspetti saranno essenziali anche per i suoi lavori futuri.

Giorgia Origoni, fotografia personale, © Diego Origoni

L’intervista

Arstorica – Buongiorno Giorgia, è un piacere conoscerla. Ci può parlare del percorso formativo che sta portando avanti presso l’Accademia di Belle Arti di Milano?

Giorgia Origoni – Buongiorno, è un piacere anche per me. Sono Giorgia Origoni e attualmente sto frequentando il corso di diploma accademico di primo livello in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Milano. Il mio percorso si concentra sulla ricerca e sull’elaborazione di una personale visione della decorazione contemporanea, intesa non come puro ornamento, ma come linguaggio concettuale e fortemente legato alla dimensione interiore dell’individuo.

In merito alle collaborazioni lavorative con alcuni suoi colleghi, ci potrebbe descrivere il lavoro “Finché restiamo noi” che ha svolto insieme alla sua collega Emma Levati?

Finché restiamo noi è un’opera di Videoarte Mix-Media nata per il corso di Decorazione 2 dalla collaborazione spontanea con la mia collega Emma Levati, con l’intento iniziale di creare un progetto da presentare a un bando artistico. Il progetto nasce da una domanda fondamentale: può esistere un mondo in cui la cattiveria sia del tutto assente dalle relazioni umane? A partire da questo interrogativo, abbiamo voluto delineare un’utopia possibile, rappresentando una realtà fondata sulla cura, sull’ascolto e sull’attenzione reciproca, in contrasto con egoismi, prevaricazioni e violenza. Piuttosto che proporre un concetto astratto, abbiamo analizzato un microcosmo concreto: il nostro gruppo di amici. Finché restiamo noi non pretende di offrire risposte universali o imporre un modello, ma testimonia come le dinamiche relazionali di una piccola comunità possano rappresentare un’alternativa concreta alla mancanza di fiducia tra le persone. In un’epoca in cui l’altro viene spesso ridotto a numero o dato statistico, il nostro video propone la cura come un vero e proprio atto politico: complesso, necessario e rivoluzionario.

Giorgia Origoni, “Quiete”, stampa calcografica con interventi di fiber-art, punta secca su acetato 20×29 cm, © Giorgia Origoni

Lei ha realizzato tra i suoi lavori un dipinto murale, ci parla di questa esperienza e che cosa ha rappresentato per lei?

I dipinti murali e l’arte pubblica mi hanno sempre affascinata, per questo ho colto subito l’occasione quando si è presentata l’opportunità di realizzarne uno su commissione privata. Insieme ad un team di amici e studenti dell’Accademia, in circa tre mesi, abbiamo portato a termine il murales. È stata un’esperienza molto formativa e una vera e propria attività professionale che ci ha permesso di confrontarci con ogni fase del lavoro artistico su grande scala: dalla progettazione e il disegno preparatorio, fino allo studio dei materiali adatti, alla palette cromatica e all’impostazione nello spazio.

Grande importanza, tra i suoi lavori, acquisiscono anche le installazioni ambientali. Ce le può descrivere e in che modo esse creano un’interconnessione con lo spettatore?

Un progetto a me molto caro è Yggdrasil, un’installazione ambientale realizzata per il Comune di Fagnano Olona su commissione dell’Associazione Musica e Teatro locale, sviluppata in collaborazione con un mio compagno delle scuole superiori e con il supporto dei nostri docenti. La richiesta era di riflettere su tematiche quali l’ambiente e il futuro. Siamo partiti dal mito norreno dell’Albero Cosmico, simbolo dell’origine dell’universo e della conoscenza attorno a cui si snodano i nove mondi. Nello spazio abbiamo installato una struttura tridimensionale che evoca il Triskelion (i tre corni intrecciati di Odino), allegoria di unione e convivialità tra i popoli. All’interno della struttura pendono tre moduli rappresentanti i mondi di Asgard, Midgard e Vanaheim, da noi reinterpretati come simboli di Arte, Natura e Futuro. L’interconnessione con lo spettatore nasce proprio dall’invito ad attraversare lo spazio e riflettere su questi tre cardini, fondamento di una società ideale capace di convivere pacificamente con l’ecosistema.

Giorgia Origoni, “Dove il mondo non arriva”, installazione ambientale © Giorgia Origoni

“Dove il mondo non arriva” è un’altra installazione ambientale, realizzata per il corso di Disegno durante il mio primo anno accademico. Anche in questo caso, la tematica si concentra sul corpo e su come esso vive e percepisce lo spazio. La tecnica utilizzata è la cianotipia, un’antica tecnica di stampa fotografica basata su una soluzione fotosensibile che, esposta alla luce del sole, restituisce il negativo dell’immagine. Le tracce ottenute non rappresentano una semplice immobilità, ma la presenza fragile di un corpo che continua a esistere, anche nel silenzio della solitudine. Ho scelto le lenzuola come supporto per la loro leggerezza: appese a un filo e lasciate stese, donano movimento e verticalità alla figura del corpo, che vi è stampata sopra in posizione sdraiata. Ho deciso di allestire l’opera in un luogo a me caro, lo stagno delle rane di Binago, uno spazio per me significativo e legato a molti ricordi d’infanzia.

Nel suo portfolio scrive che il suo lavoro nasce dalla necessità di esplorare il confine tra la dimensione intima dell’individuo e lo spazio che lo circonda. In generale c’è una domanda a cui cerca di rispondere attraverso la sua ricerca artistica?

La mia ricerca si concentra principalmente sull’esistenza e sulla presenza della figura femminile nel mondo, analizzando il modo in cui essa abita e percepisce gli spazi. Attraverso una chiave di lettura poetica e concettuale, non raffiguro il corpo unicamente nella sua fisicità, ma anche nella sua essenza e nella sua carica emotiva. Cerco di dare forma alle sensazioni di vuoto e smarrimento tipiche della crescita e della giovinezza.

Le sue opere sembrano oscillare continuamente tra presenza e assenza: il corpo viene evocato, frammentato o lasciato intuire più che rappresentato. Che significato ha per lei questa scelta e cosa spera che lo spettatore colga da questa assenza?

Per me le assenze non sono lacune, ma domande aperte a cui dobbiamo ancora dare risposta. Scegliere di evocare o frammentare il corpo significa lasciare spazio all’interiorità dell’osservatore. Spero che di fronte a questi “vuoti” lo spettatore non si senta smarrito, ma al contrario compreso e riconosciuto, trovando nella composizione un’eco del proprio vissuto.

La memoria è uno dei fili conduttori del suo lavoro, ma essa è anche qualcosa di mutevole e imperfetto. Quando esegue un’opera, cerca di conservare un ricordo così com’è o le importa più che altro trasformarlo in qualcosa di nuovo?

I miei lavori nascono spesso da ricordi d’infanzia sfocati o da emozioni intense provate nel presente, che rielaboro attraverso il linguaggio artistico. Non mi interessa conservare il ricordo così com’è ma preferisco trasformarlo. Racconto storie vere e personali cercando di renderle universali e aperte a più livelli di lettura, affinché chiunque possa rispecchiarsi nella narrazione.

Giorgia Origoni, “La perdita del luogo”, 160x 60 cm, olio e acrilico su legno, © Giorgia Origoni

Esiste una tecnica artistica che non ha mai sperimentato e che le piacerebbe utilizzare?

Mi piacerebbe molto approfondire l’uso della fotografia sensibile e di ricerca, utilizzandola come strumento critico per catturare frammenti di vita quotidiana e per raccontare storie in una chiave artistica e contemporanea.

Domanda curiosa… che cosa le piacerebbe realizzare o sperimentare da qua a cinque anni in ambito artistico?

Nei prossimi cinque anni vorrei avere l’opportunità di proseguire la mia ricerca sperimentando nuovi linguaggi artistici. Mi piacerebbe inoltre collaborare con altri comuni per proseguire il lavoro con le installazioni ambientali, con l’obiettivo di riqualificare e ridare valore a spazi abbandonati o trascurati, e allo stesso tempo continuare la mia sperimentazione nel campo della Videoarte per diffondere nuovi messaggi ad un pubblico più ampio.