Un percorso artistico quello di Emma Levati molto interessante, che incuriosisce e stimola l’osservatore per la sua profondità e perché prende in considerazione il rapporto tra arte, natura e benessere umano. I suoi lavori spaziano dalle installazioni all’illustrazione scientifica, creando un dialogo interessante tra creatività, osservazione e riflessione. Durante l’intervista, la giovane artista racconta le esperienze che hanno ispirato alcune delle sue opere più significative, il valore che rappresentano per lei i materiali, il ruolo della natura nelle sue opere e le aspirazioni per il futuro. Ne emerge il ritratto di un’artista sensibile, aperta alla ricerca e desiderosa di utilizzare l’arte quale strumento di conoscenza e condivisione.

Emma Levati, © Giorgia Origoni

L’intervista

Arstorica – Buongiorno Emma, piacere di conoscerla. Parlando un po’ del suo percorso formativo, è all’inizio del suo percorso in Accademia: sente già di aver individuato una direzione precisa?

Emma Levati – Buongiorno a lei. Come ha detto, sono all’inizio della mia carriera artistica, ho da poco concluso il secondo anno d’accademia. Non credo di aver individuato una direzione precisa soprattutto perché in questi anni voglio lasciarmi il più possibile aperta a una ricerca continua, considerando anche l’accademia non solo come un ambiente dove trovare la propria strada, ma soprattutto un luogo dove sperimentare e poter sbagliare.

Sono contenta della mia scelta di fare arte e so che voglio continuare anche a seguito della conclusione dei miei studi.

Tra i suoi lavori vi sono varie installazioni come ad esempio Survival Kit. Come essa può essere d’aiuto al benessere psico-fisico delle persone?

“Survival kit” è nata durante il mio primo anno di Accademia dove, a causa di grandi cambiamenti, non mi sentivo molto bene. Trovavo un po’ di pace quando durante le lezioni mi sedevo tra i corridoi del Cortile Napoleonico, da sola o con amici, e stavo ferma, al sole, come fossi una lucertola. Ho notato che questa pratica mi svoltava le giornate, soprattutto quando al posto del sole il cielo mi offriva un grigio denso.

Incuriosita, mi sono messa a fare qualche ricerca e ho scoperto che questa sensazione di benessere data dal sole non era solamente nella mia testa, ma c’erano delle basi scientifiche a sostenere la tesi.
La luce solare, in particolare quella del mattino, che è molto intensa e più bianca, ha un effetto positivo sull’umore perché attiva dei circuiti nervosi collegati alla produzione di serotonina, un neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione dell’umore. La retina riceve la luce e la trasmette al cervello tramite diverse “strade nervose” chiamate proiezioni-fugali.
Alcuni neuroni speciali nell’occhio, le cellule gangliari fotosensibili, mandano segnali a varie zone del cervello, tra cui il nucleo del rafe dorsale (DRN): la “fabbrica principale” della serotonina.
È proprio il collegamento retina → DRN (retino-raphe) che sembra fondamentale per stimolare la produzione di serotonina con la luce​.

Le persone con depressione, in particolare quelle che tentano il suicidio, mostrano livelli più bassi di un metabolita della serotonina nel liquido cerebrospinale (5-HIAA). Anche se hanno un numero normale o addirittura maggiore di neuroni serotoninergici nel cervello, il problema è nel funzionamento e nella trasmissione della serotonina, non nella quantità di neuroni. Tale disfunzione può spiegare comportamenti impulsivi e tendenze suicide, anche in assenza di depressione grave.

La light therapy consiste nell’esporre la persona a luce artificiale intensa, solitamente di mattina, per un periodo di tempo specifico. Stimola i circuiti retino-raphe, attivando la produzione di serotonina. Ciò aiuta a resettare il ritmo circadiano (orologio interno), spesso alterato nella depressione; aumenta l’attività cerebrale nelle aree legate all’umore.

La terapia è efficace sia nella depressione stagionale che in quella effettiva.
(Fonti: “The Antidepressant Effect of Light Therapy from Retinal Projections”– Neurosci. Bull. April, 2018
“The serotonergic system in mood disorders and suicidal behaviour”– Philosophical Translaction of the royal society)

Emma Levati, “Survival Kit”, 55x35x25, installazione visivo-sonora © Emma Levati

Ci può fare descrivere un po’ il suo progetto in collaborazione con la sua collega Giorgia Origoni dal titolo Finché restiamo noi?

“Finché restiamo noi” è nato prima di tutto da un’amicizia, io e Giorgia ci conosciamo da cinque anni e stiamo seguendo lo stesso percorso artistico. Il progetto è partito per la partecipazione ad un concorso dove il tema era “Utopie Possibile” e chiedeva di immaginare una personale visione utopica della realtà. Io e Giorgia ci siamo chieste come sarebbe un mondo nel quale la cattiveria non esistesse e non colmasse la mente delle persone e abbiamo dunque provato a rappresentarlo attraverso un gruppo di amici che svolge attività quotidiane in totale tranquillità.

Questo concetto ha preso forma in un’opera di Video-Art nella quale mischiamo una tecnica classica ovvero riprese digitale a una tecnica manuale e meccanica. Il video è appunto diviso in due dimensioni diverse, rese attraverso i suoni, i colori, la narrazione e appunto la tecnica. Le scene utopiche sono quelle tradizionali con luci soffuse, suoni calmi, in contrasto ci sono le scene della realtà che appaiono come glitch. Esse sono realizzate attraverso la tecnica dei mixed-media, fotogrammi stampati, modificati a mano, scannerizzati e ri-assemblati. Il video non offre una soluzione allo spettatore, quella che mostra è una realtà imperfetta che viene bruscamente interrotta da glitch di realtà.

Tra le sue tecniche più utilizzate vi sono la china su carta, l’uso dei pastelli a olio su carta, il digitale, l’acquerello su carta e altre ancora. Qual è quella a cui si sente più legata e che esprime meglio la sua identità?

Onestamente mi piace molto variare tra le tecniche e le sento tutte mie, in base a cosa rappresento e a cosa voglio trasmettere qualcuna mi parla più di altre. Tuttavia apprezzo poter realizzare disegni che magari non sono molto collegati tra loro. Mi trovo molto incoerente nella mia pratica artistica ma credo che se mi concentrassi su una singola tecnica finirei per sentirmi prigioniera di essa.
Mi ritrovo sia nel segno sporco della china, nell’armonia e delicatezza dell’acquerello, la vivacità dei pastelli e tutte le varie combinazioni di esse.
Poi mi piace viaggiare per dimensioni, mi sto avventurando nel disegno digitale che vedo quasi come dimensione nulla, nel bidimensionale dei disegni e nel tridimensionale delle installazioni delle quali apprezzo molto la realizzazione manuale.

Ha realizzato anche delle illustrazione scientifiche. Ci può parlare un po’ di questi lavori?

L’illustrazione scientifica è una pratica nella quale mi sono immersa solo recentemente. Mi ha sempre affascinato, ma mi sono limitata a guardarla da lontano. Quest’anno ho avuto la possibilità di frequentare un corso di illustrazione scientifica in Accademia e mi sono immediatamente appassionata. L’illustrazione nel suo insieme è un mondo che mi stimola tantissimo, ho appena iniziato a esplorarlo e intendo continuare. Sono affascinata dalle mille possibilità che si hanno per rappresentare un singolo soggetto. È possibile realizzare un’illustrazione con un singolo disegno, usare stampe grafiche, collage, mixed-media, giocare con la scelta del supporto dell’illustrazione e con l’impaginazione.
L’illustrazione scientifica può essere scambiata per il disegno iperrealistico, però così non è, essa ha il compito di spiegare e insegnare, talvolta modificando il soggetto al fine di renderlo più comprensibile.

Attualmente sto approfondendo uno studio a proposito dei volatili. Trovo molto stimolante comprendere come funzionino dal punto di vista anatomico e anche abitudinario. Mi piacerebbe concludere questo ciclo di lavori con una piccola enciclopedia ma mi lascio aperta a nuove idee e vedrò dove mi porteranno, nel frattempo sono contenta di imparare cose nuove.

Emma Levati, “Spore”, 25×35, acquaforte e puntasecca stampa à la poupée © Emma Levati

La natura sembra essere molto più di un soggetto nella sua arte: appare come un metodo di lavoro e quasi una forma di pensiero. Che ruolo ha nella sua pratica quotidiana?

Quando da bambina ho capito di voler fare arte nella mia vita dissi che era perché, guardando un fiore, volevo essere in grado di riprodurlo nella sua esattezza e, guardando il mio disegno, provare le stesse emozioni provate in precedenza. Col tempo sono cresciuta e la mia idea di arte non consiste più nel replicare la realtà alla perfezione ma tuttora voglio, tramite essa, raccontare la natura e permettere alle persone di emozionarsi vivendola.

Come ho detto, il mio modo di intendere ciò che è arte è mutato. Ad oggi credo che l’essere artista parta dagli occhi più che dalle mani. La capacità di saper guardare le cose da una prospettiva diversa ti rende una persona diversa, la sensibilità e l’empatia, fulcro della mia idea di artista, non sono cose a cui si può arrivare rimanendo immobili.

Direi quindi che la mia pratica artistica parta prima di tutto da una lunga fase di osservazione. Ad esempio continuando a parlare del ciclo dei volatili spesso mi fermo a fotografarli per guardarli in modo più chiaro e per cercare di capirne meglio i movimenti e le abitudini. Oppure spesso mi lascio incuriosire dalle piccole cose che noto che possono anche risultare insignificanti, ma che contengono una straordinaria potenza d’atto.

Esiste un soggetto naturalistico che vorrebbe approfondire meglio in futuro?

Sinceramente non saprei dirle, nell’ultimo anno ho approfondito la tematica dei funghi nelle loro differenti forme e, come già accennato, la categoria dei volatili. Vorrei approfondire ulteriormente queste due poiché ci sono ancora molte cose che non so. La mia ricerca si basa principalmente sulla curiosità, se camminando vedo qualcosa che mi incuriosisce e mi stimola, mi metto ad approfondire l’argomento anche se poi non mi porta alla creazione di un’opera artistica. La mia ricerca parte prima di tutto da una volontà conoscitiva.
Una direzione in cui mi piacerebbe avventurarmi è l’arte fantastica, il prendere un elemento naturale, che sia una pianta, un animale o altro, e trasportarlo in un mondo in cui tutto è possibile.

Emma Levati, “Blue Jay”, 18×25, china e pastelli colorati © Emma Levati

Quanto conta per lei che il materiale abbia un significato oltre alla sua resa estetica?

Per me la scelta del materiale è fondamentale nelle mie opere. Amo toccare le cose, conoscerle anche grazie al tatto, capirne le texture, il calore, la delicatezza. Credo che sia fondamentale per lo sviluppo di una persona. Preferisco toccare qualcosa, capirlo e lavarmi le mani piuttosto che evitare di farlo per paura di sporcarmi. Dunque spendo molto tempo a pensare ai materiali che scelgo. Inoltre entra nella decisione anche l’attenzione verso l’ambiente e verso la mia poetica. Cerco il più possibile di evitare plastica e materiali chimici, trovando affascinante il riutilizzo e il riciclo. Per esempio la scatola di “Survival Kit” l’ho comprata in un mercatino dell’usato.
Oppure mi piace anche creare il mio materiale, l’anno scorso ho approfondito il materiale della bioplastica, è stato molto interessante, anche perché con pochi ingredienti ma cambiando le proporzioni si possono creare materiali differenti.

Parlando del futuro, che tipo di lavoro le piacerebbe portare avanti?

Per quanto riguarda il futuro c’è un progetto al quale tengo molto e che vorrei vedere realizzato, è ancora molto astratto ma se possibile vorrei renderlo il mio lavoro tra qualche anno.
Mi piacerebbe creare uno spazio, una casa, che sia luogo d’arte e di cultura ma che allo stesso tempo offra una pausa da tutta la velocità che oramai è intrinseca nelle nostre giornate.
Voglio creare uno spazio aperto a tutti dove il rapporto con la natura è parte fondamentale delle giornate e dello stile di vita, mantenendo uno stretto contatto con l’arte dove magari dedicare uno spazio espositivo per le opere di artisti vari, offrire corsi e residenze d’arte.

Per quanto riguarda la mia personale ricerca artistica vorrei imparare più tecniche differenti come l’oreficeria, il disegno digitale, la lavorazione del vetro, del legno e del metallo, l’illustrazione editoriale e tutto quello che posso trovare.