Quattro fratelli. Quattro donne. Quattro ritratti di persone che, in silenzio e senza clamori, hanno corso rischi e pericoli per aiutare una famiglia.

Emilio Jona racconta, con un tono intimistico e uno sguardo malinconico, quattro donne che a loro modo hanno contribuito a salvare lui e i suoi tre fratelli dalla deportazione e dalla morte certa.

Il primo capitolo, dedicato a Cecilia, la balia del fratellino più piccolo, Cianino, è cosparso di calore dialettale, di immagini di vite passate, di ere che non esistono più. La voce del buonsenso di Cecilia, balia sfuggita a una vita di fatica come bracciante e mondina, ripercorre la sua scelta, senza dubbi e senza eroismi, di seguire la famiglia Jona nella sua fuga in campagna:

Io ero una donna normale, non ero una donna eroica, erano i tempi che erano balordi, la gente aveva perso la trebisonda…

Il secondo capitolo è dedicato al coraggio e al sacrificio dei coniugi Bosio, Fiorenzo e Teresa, che offrono ospitalità a uno dei bambini Jona, Giulio, quando la famiglia è costretta a dividersi per sicurezza. Le pagine sono intrise del senso di ingiustizia provato da Teresa quando non riesce a vendicare il marito, tradito da una spia e deportato in un campo di concentramento, e della gratitudine di Giulio per il coraggio dimostrato da Teresa quando, di fronte a una squadriglia di fascisti, ha eroicamente dichiarato che tutti i bambini in quella casa erano figli suoi.

La terza donna è Marì, che dà rifugio al maggiore dei fratelli (Emilio stesso) e a suo padre nell’alta valle del Cervo. Una donna semplice, figlia della valle, orgogliosa e testarda, ma anche leale e indomita; era Marì

che segnava il tempo che scandiva le nostre giornate in cima alla scalùn, che non era quello lineare della pianura, dove la guerra sembrava percorrere una linea retta verso una conclusione ineluttabile, ma quello circolare di una quotidianità ripetitiva, con piccole mutazioni in buona parte legate al carattere di Marì e ai suoi umori variabili e imprevedibili.

Il romanzo, tuttavia, lascia il personaggio più importante proprio alla fine: Delfina. La segretaria dell’avvocato Sandro Jona, la donna fedele che, incurante dei pericoli, ha tenuto insieme la famiglia con i suoi messaggi, ha stretto la mano della signora Jona mentre giaceva malata in ospedale, ha abbracciato i bambini Jona quando ha dovuto comunicare loro la perdita della madre, ha, in generale, affiancato la famiglia nel suo esilio e nella sua successiva liberazione. Delfina è il cardine grazie a cui la famiglia Jona si è salvata, colei che anche negli anni a venire è rimasta accanto a Sandro, amandolo di un tenero e silenzioso affetto.

Ora Delfina, ultimo personaggio di questa storia, ci appare in una luce piena, nella centralità che le spetta insieme alle altre protagoniste che le hanno fatto corona.

Ringraziamo la casa editrice Neri Pozza per la copia omaggio.

Voto: 4,5/5

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A cura di Chiara Saibene.