Quella di Clara e Lorenzo sembra una relazione semplice. Inizia leggera, senza impegni: entrambi sono liberi di frequentare altre persone, se vogliono; si vedono quando possono; non ci sono vincoli né impegni. Poi, piano piano, il rapporto diventa più intimo, costruito abitudine dopo abitudine, confidenza dopo confidenza: i film guardati insieme sul divano, le passeggiate con il cane, i weekend trascorsi in reciproca compagnia. Per Clara, si tratta di una relazione a tutti gli effetti, ma Lorenzo continua a professarsi single e a tirarsi indietro non appena il rapporto sembra evolversi. Eppure, Clara inizia a coltivare la speranza che le cose cambino e, con essa, anche un progressivo adattamento agli umori, alle richieste e ai cambiamenti improvvisi di Lorenzo. Il volto oscuro dell’amore, ispirato a esperienze personali dell’autrice, descrive la lenta e progressiva spirale degenerativa di una relazione tossica, il cadere in una rete di controllo, gelosie e ossessioni da cui è difficile uscire.
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Ciao Giulia! Grazie mille per dedicarci il tuo tempo. Ti andrebbe di parlarci innanzitutto un po’ di te?
Ciao! Ci tengo prima di tutto a ringraziarvi per questo invito e per lo spazio che state dedicando a questo tema, a cui tengo davvero molto.
Ho 37 anni e vivo a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. I libri fanno parte della mia vita praticamente da sempre: sono una lettrice appassionata e negli ultimi anni questa passione mi ha portata anche dall’altra parte delle pagine, prima con la scrittura e poi con il mondo del book blogging.
La lettura rimane sicuramente una delle cose che occupano più spazio nella mia vita, ma non è l’unica. Amo molto anche il cinema e la musica e ho una grande passione per le lingue straniere. Sono diplomata come Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere e ho sempre cercato di mantenere vivi soprattutto l’inglese e lo spagnolo. Quando posso, per esempio, guardo film in lingua originale: è un modo che mi piace molto per continuare ad allenare l’orecchio e mantenere familiarità con le lingue.
Sono molto legata alla mia famiglia e alle persone che amo e tendo a vivere con parecchio coinvolgimento tutto ciò a cui tengo davvero.
Se qualche anno fa mi avessero detto che un giorno mi sarei ritrovata a essere contemporaneamente lettrice, book blogger e autrice, probabilmente non ci avrei creduto. E invece, in modi che non avevo assolutamente programmato, oggi queste tre dimensioni fanno tutte parte della mia vita.
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Quando hai iniziato a scrivere?
In realtà scrivo da sempre, o quasi. Fin da ragazzina ho tenuto un diario: la scrittura è stata per me una dimensione molto personale e intima, lo spazio in cui mettevo pensieri, emozioni ed esperienze che a voce facevo più fatica a esprimere. Non avevo mai pensato, però, di scrivere un libro. Non avevo mai immaginato che quella scrittura potesse trasformarsi in qualcosa destinato agli altri. Da lettrice ero abituata a stare dall’altra parte della pagina: l’idea di poter essere io, un giorno, a scriverla non mi aveva nemmeno sfiorata.
Il passaggio da lettrice ad autrice è arrivato quindi in maniera del tutto inaspettata. A un certo punto, quella scrittura riservata ha cominciato ad assumere una forma diversa. E devo ammettere che ancora oggi mi fa uno strano effetto pensare che, dopo tanti anni trascorsi ad aprire libri scritti da altri, adesso ci sia qualcuno che trova il mio nome sulla copertina.
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Come è stato per te scrivere questa storia in particolare?
È stato molto difficile, soprattutto perché stavo prendendo qualcosa che avevo vissuto realmente per trasformarlo in un racconto pubblico. Scrivere significava tornare volontariamente su episodi che avrei preferito non rivivere. Alcune parti sono uscite quasi di getto, altre sono state faticosissime. Ci sono stati momenti in cui ho dovuto interrompere la stesura perché continuare significava rimanere troppo a lungo dentro ricordi ed emozioni ancora vive. A volte provavo rabbia, altre tristezza, altre ancora mi ritrovavo semplicemente stanca, come se scriverne significasse attraversare quegli episodi una seconda volta.
C’era poi la consapevolezza che quelle pagine non sarebbero rimaste private: stavo scegliendo di mostrare una parte estremamente personale della mia vita, accettando che degli sconosciuti potessero entrare in momenti intimi, conoscere le mie fragilità, leggere i miei errori e formarsi un’opinione su di me. Non volevo però raccontare una versione più comoda della storia per proteggermi dal giudizio. Se avevo sbagliato o se avevo avuto una reazione di cui non andavo fiera, volevo che nel libro ci fosse. Per me era prioritario essere sincera, anche quando quella sincerità mi esponeva. La paura del giudizio non è stata più forte del motivo per cui avevo deciso di espormi.
Molte delle dinamiche che avevo vissuto sono anche quelle di cui si fa più fatica a parlare. Quando non c’è un segno visibile, quando la violenza passa attraverso le parole, il controllo o la progressiva limitazione della libertà, è facile minimizzarla, sia da parte di chi osserva dall’esterno, sia da parte di chi la sta vivendo. Il silenzio, alimentato dalla vergogna o dalla paura di non essere capiti, rende tutto ancora più invisibile.
Volevo portare fuori dal silenzio dinamiche che troppo spesso vengono ridotte a una semplice “relazione difficile”. Per farlo dovevo accettare anche le mie contraddizioni, le scelte che oggi io stessa faccio fatica a comprendere e i momenti in cui avevo minimizzato per prima ciò che stava accadendo. A tutto questo si aggiunge un altro aspetto importante: Il volto oscuro dell’amore è stato il mio primo libro. Quando ho scritto la prima edizione non avevo alcuna esperienza come autrice. Avevo sempre scritto diari ed è una modalità finita inevitabilmente nel manoscritto: una scrittura istintiva, frammentata, con tantissimi a capo e una struttura molto vicina all’annotazione personale. All’epoca non avevo ancora gli strumenti per rendermene conto.
Con il tempo è cambiato il mio modo di guardare un libro, anche grazie all’esperienza come book blogger. Leggendo e recensendo ho iniziato a prestare più attenzione alla struttura, al ritmo, ai dialoghi e alla fluidità della prosa. Rivolgendo quello stesso sguardo al mio libro, mi sono resa conto che la prima edizione non era come la volevo. Non ne rinnego la pubblicazione, perché rappresenta il momento e gli strumenti di cui disponevo allora, ma diventando più consapevole non riuscivo più a ignorarne i limiti.
È da questa esigenza che è nata la seconda edizione. Non volevo semplicemente correggere qualche refuso o cambiare l’impaginazione: ho rivisto profondamente il testo lavorando sulla struttura, sul ritmo e approfondendo passaggi che nella prima versione erano rimasti troppo rapidi. Significava tornare ancora una volta su materiale emotivamente difficile, ma con una maturità diversa.
Se dovessi spiegare in una frase il percorso di questo libro, direi proprio questo: la prima edizione è nata dall’urgenza di raccontare; la seconda dalla consapevolezza di come volevo raccontare.
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Il rapporto che descrivi è un rapporto, se mi permetti l’espressione, “subdolo”, dove non c’è, come scrivi tu stessa, «nessun confine netto da individuare, nessun unico episodio capace di spiegare tutto.» Eppure, Clara attende, spera, rimane ferma. Ti andrebbe di spiegarci più nel dettaglio questa dinamica di attesa-speranza di Clara?
L’attesa e la speranza di Clara sono legate soprattutto a una convinzione che ritorna continuamente durante la relazione: che sia sempre l’ultima volta. Spera che sia l’ultima lite, l’ultima accusa, l’ultima volta in cui dovrà dimostrare qualcosa, l’ultimo insulto. Aspetta che Lorenzo comprenda, che passi la rabbia, che finisca quel momento di crisi, pensando che superato quell’episodio potranno finalmente tornare a stare bene. E quando non succede, la dinamica ricomincia: arriva un’altra accusa e pensa che spiegandosi ancora una volta riuscirà a chiarire tutto; arriva un’altra richiesta di prove e si convince che, dimostrando la verità, non ce ne sarà più bisogno.
Il problema è che, tra un’accusa e l’altra, ci sono anche i momenti belli. Ed è proprio a quelli che Clara si aggrappa. Invece di guardare alle svalutazioni, al controllo e alle minacce per ciò che sono, concentra lo sguardo sui momenti in cui Lorenzo torna affettuoso e la relazione sembra di nuovo quella in cui aveva creduto. Quei momenti diventano la conferma che vale ancora la pena aspettare e che, con il tempo, il resto riuscirà a scomparire.
È qui che la speranza diventa una gabbia. Clara non spera che il controllo diventi meno pesante, spera che finisca. E quindi attende: che lui comprenda, che si renda conto di essere andato troppo oltre, che quella sia davvero l’ultima esplosione di rabbia. Ogni volta che tra due momenti terribili ne arriva uno bello, la speranza riparte.
Oggi riesco a guardare quella dinamica e a chiedermi perché non abbia dato un peso maggiore agli insulti rispetto ai momenti belli, ma allora non avevo la lucidità di oggi. Ero innamorata ed ero cieca: non nel senso che non vedessi le accuse o le minacce, ma rispetto alla gravità complessiva di quello che stava succedendo. Continuavo a credere che l’amore e i momenti belli avrebbero avuto la meglio su tutto il resto. Mi aggrappavo a briciole di felicità attribuendo loro un peso enorme, mentre ridimensionavo ciò che avrebbe dovuto farmi fermare.
È esattamente questa la trappola dell’attesa: pensare di stare attraversando l’ultima crisi prima che le cose tornino belle, senza accorgersi che, mentre si aspetta la fine della violenza, ci si sta abituando alla sua presenza.
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Clara non riesce a vedere la tossicità del rapporto e ne ridimensiona le violenze, mentre i suoi genitori e i suoi amici vedono tutto. Cosa consiglieresti ad amici e parenti che si ritrovano ad assistere a una situazione del genere?
Questa è una delle posizioni più dolorose in cui possa trovarsi chi ci vuole bene: vedere qualcosa che la persona coinvolta non riesce ancora a cogliere e sentirsi del tutto impotenti.
I miei genitori hanno sofferto moltissimo nel vedermi cambiare senza avere il potere di fermare la situazione al posto mio. Quando si vive una dinamica di violenza psicologica, le conseguenze coinvolgono profondamente chi ci sta intorno. Per un genitore è devastante preoccuparsi per una figlia e rendersi conto che non basta dirle “questa situazione non è normale” perché tutto finisca. Allo stesso modo, per un amico è frustrante assistere a comportamenti inaccettabili e vedere che vengono continuamente ridimensionati o difesi.
A volte chi ci sta accanto viene ferito direttamente: nel mio caso sono arrivata a essere messa davanti alla scelta tra il mio partner e i miei amici, e ho scelto lui. Persone che mi volevano bene si sono viste allontanare da me. Per questo non voglio idealizzare il ruolo di familiari e amici: la loro sofferenza, rabbia e frustrazione meritano di essere riconosciute.
Se dovessi dare loro un consiglio, il primo sarebbe non pensare di dover trovare la frase perfetta capace di far aprire improvvisamente gli occhi all’altra persona: purtroppo potrebbe non esistere.
È importante però non smettere di chiamare le cose con il loro nome. Se un comportamento preoccupa, va detto chiaramente, senza normalizzarlo per paura di allontanare la persona: “Quello che mi racconti mi preoccupa”, “Non credo sia normale che tu debba dimostrare continuamente dove sei”, “Non è accettabile che qualcuno ti insulti”.
Allo stesso tempo, eviterei il giudizio. Frasi come “Come fai a non rendertene conto?” o “Se continui a restare significa che ti sta bene” rischiano soltanto di aumentare la distanza e far sentire la persona ancora più sola. È poi fondamentale cercare di non interrompere completamente il legame. Non significa accettare qualsiasi cosa o annullare i propri confini — familiari e amici hanno tutto il diritto di tutelarsi —, ma lasciare aperto un canale: far sapere all’altra persona che potrà chiedere aiuto senza essere accolta da un “te l’avevo detto”.
A chi si trova in questa posizione direi anche di non colpevolizzarsi per non essere riuscito a farla uscire. Amare qualcuno non significa avere il potere di decidere al suo posto. Potete parlare, mostrare ciò che vedete e offrire sostegno, ma non potete costringere l’altro ad avere immediatamente la stessa consapevolezza.
Infine, quando ci sono controllo, minacce o paura, non bisogna gestire tutto da soli. Chiedere indicazioni a professionisti o a un centro antiviolenza è utile anche per un familiare o un amico: aiuta a capire come comportarsi senza aumentare i rischi e come proteggere sé stessi. Il consiglio principale rimane questo: continuate a vedere ciò che vedete, dite la verità senza umiliare la persona, offrite la possibilità di chiedere aiuto e ricordatevi che non dovete “salvarla” con la forza. I miei genitori e i miei amici non potevano vivere quella situazione al posto mio, ma sono stati fondamentali nel continuare a rappresentare un punto di riferimento esterno alla relazione.
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Anche dopo il picco di violenza psicologica, Clara continua a sentire la mancanza di Lorenzo, a sperare che «i momenti belli raccontassero la verità su di loro e che tutto il resto fosse qualcosa che, con il tempo, sarebbero riusciti a superare». Anche questa è una dinamica complessa del rapporto tossico, ce ne vuoi parlare?
Sì, ed è stata una delle contraddizioni più difficili da comprendere anche per me. A livello razionale potrebbe sembrare impossibile: dopo aver subito controllo, svalutazioni, insulti e minacce, viene spontaneo pensare che il sentimento debba semplicemente spegnersi e lasciare spazio solo al rifiuto. Per me non è stato così.
La gravità di ciò che avevo vissuto non ha cancellato automaticamente il legame emotivo che avevo costruito. Inizialmente questa cosa mi confondeva enormemente, perché non riuscivo a conciliare il peso di ciò che avevo subito con il fatto che continuassi a sentire la sua mancanza. È stato durante il percorso con la psicologa che ho incontrato il concetto di trauma bond, o legame traumatico. Mi è stato spiegato come, in alcune relazioni segnate da dinamiche violente, la continua alternanza tra momenti di profonda sofferenza e momenti in cui tornano l’affetto e la serenità renda il legame particolarmente difficile da spezzare. Attribuendo ai momenti belli un valore enorme, li consideravo la prova che la relazione che desideravo fosse ancora lì, mentre tendevo a vedere il dolore come un ostacolo temporaneo. Più la parte dolorosa diventava pesante, più il ritorno di un momento positivo assumeva un significato immenso, riaccendendo la speranza che quella serenità potesse finalmente diventare stabile.
Oggi vedo chiaramente quanto questo meccanismo mi abbia tenuta legata, ma allora cercavo soltanto di dare un senso a emozioni che sembravano contraddirsi. Si immagina spesso che riconoscere una violenza e smettere di amare la persona che l’ha esercitata avvengano nello stesso istante, ma non è così. Il sentimento che provavo non rende meno grave ciò che ho subito, e ciò che ho subito non cancella retroattivamente ciò che provavo. Per molto tempo ho fatto fatica ad accettare questo punto, come se sentire la sua mancanza diminuisse la gravità di quello che avevo vissuto o come se, per validare il mio dolore, dovessi smettere immediatamente di provare qualsiasi cosa.
Con il tempo ho capito che potevo riconoscere la violenza senza negare di aver amato quella persona, accettando che il distacco emotivo fosse molto più lento della fine concreta della relazione. Parlare di questo è fondamentale: aiuta a capire perché dinamiche che da fuori sembrano illogiche, da dentro non lo sono affatto.
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Un altro aspetto significativo che affronti nel romanzo è la forma della violenza: non una violenza strettamente fisica, ma di natura manipolatoria, psicologica, sotto forma di insulti, controllo ossessivo, esplosioni di gelosia ingiustificata. Come fare a uscire da questa “spirale”?
Non penso esista un percorso uguale per tutti, ma posso raccontare ciò che ha permesso a me di iniziare a vedere quella spirale dall’esterno.
Quando la relazione è finita, per qualche tempo non riuscivo nemmeno a parlare concretamente di quello che era successo o a mettere in fila gli episodi. I miei genitori avevano vissuto in parte la situazione, anche perché lui si era rivolto con rabbia e offese anche a loro. Vedendo le condizioni in cui mi trovavo, sono stati loro a insistere affinché andassi dal medico, che mi ha poi indirizzata a un centro antiviolenza.
Lì ho iniziato a parlare, anche se all’inizio facevo un’enorme fatica ad aprirmi. In diversi momenti ho lasciato che fossero le cose stesse a parlare per me: ho mostrato alla psicologa il telefono, alcuni messaggi e il “contratto” che lui mi aveva fatto durante la relazione. Era il mio modo di dire: “Io non riesco ancora a raccontartelo bene, ma guarda: questo è quello che è successo.”
Da lì, un passo alla volta, sono riuscita ad aprirmi. Grazie al percorso al centro antiviolenza ho iniziato a dare un nome a ciò che avevo vissuto. Prima consideravo gli avvenimenti come episodi separati: una scenata, un controllo, un insulto, una minaccia. Ognuno sembrava iniziare e finire in quel singolo momento. Nel percorso psicologico, invece, il controllo è diventato controllo, la svalutazione svalutazione. Mettendo insieme quei pezzi ho smesso di vedere singoli eventi e ho iniziato a cogliere la dinamica complessiva.
Nel libro racconto anche un paradosso che fa capire quanto sia difficile avere lucidità mentre si è ancora dentro una situazione del genere: durante la relazione ero già andata da una psicologa, obbligata da lui. Quella professionista aveva cercato di mettermi in guardia, ma io non l’avevo ascoltata. Oggi può sembrare assurdo, ma in quel momento non avevo la lucidità necessaria per recepirlo. Ed è per questo che non direi mai a qualcuno: “Devi semplicemente renderti conto di quello che sta succedendo.” Io sono stata la prima a non riuscirci.
Se dovessi dare un consiglio partendo dalla mia esperienza, sarebbe quello di cercare uno spazio in cui poter parlare liberamente: un professionista, un centro antiviolenza, qualcuno con gli strumenti per ascoltare senza giudicare. E credo sia importante farlo anche quando non si è ancora sicuri di poter chiamare “violenza” ciò che si sta vivendo. Non serve arrivare sapendo già dare un nome a tutto o avendo già compreso la propria situazione. La mia esperienza è stata proprio questa: ho iniziato mostrando le cose, poi sono riuscita a parlare e, parlando, ho imparato a dare un nome ai fatti.
Uscire da quella spirale non ha significato avere tutte le risposte da un giorno all’altro, ma intraprendere un percorso di consapevolezza: rimettere in ordine gli eventi, guardarli nella loro interezza e smettere di ridimensionarli o di considerare normali comportamenti che non lo erano affatto. Per questo motivo, il consiglio che mi sento davvero di dare è di chiedere aiuto anche quando non si possiedono ancora le parole giuste. All’inizio io quelle parole non le avevo: ho avuto bisogno che qualcuno mi aiutasse a trovarle. Ed è cominciato proprio da lì il mio percorso per uscire davvero da quella spirale.
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Eppure Clara riesce a uscirne, e una volta uscitane vede chiaramente i segnali che prima aveva ignorato. Potresti parlarci un po’ di quel momento, di quella “risalita” dalla cecità?
Più che di un momento preciso, nel mio caso parlerei di un percorso. E sicuramente non di un percorso lineare: la mia “risalita” è stata tortuosa. Man mano che acquisivo una consapevolezza diversa, cominciavo inevitabilmente a guardare il passato con occhi nuovi. Episodi che mentre ero dentro la relazione avevo ridimensionato o giustificato, improvvisamente assumevano un altro significato.
Questa nuova chiarezza non portava soltanto sollievo, a volte faceva molto male. Mi capitava, soprattutto la sera prima di dormire, di tornare a determinati momenti e chiedermi: “Com’è stato possibile? Come ho fatto a non riconoscere segnali oggi così palesi? Perché non ho ascoltato chi cercava di mettermi in guardia?”
Le risposte che mi davo erano spesso spietate. Mi sentivo stupida, ingenua, incapace di capire come avessi potuto accettare comportamenti che, visti dall’esterno, apparivano chiaramente sbagliati. In quei momenti cercavo di ricordare ciò che mi aveva spiegato la psicologa: una delle caratteristiche di certe dinamiche è la capacità di insinuarsi progressivamente nella percezione di chi le vive, portandola a dubitare di ciò che vede, di ciò che pensa e persino della legittimità delle proprie reazioni. Comprendere questo passaggio è stato fondamentale: il fatto che oggi un segnale mi sembri evidente non significa che avessi gli stessi strumenti per riconoscerlo mentre lo stavo vivendo.
La consapevolezza che ho oggi è anche il risultato del percorso psicologico, del lavoro fatto sugli episodi e della possibilità di guardarli finalmente dall’esterno, con strumenti che allora non avevo. Questo non significa togliere responsabilità alle mie scelte: nel libro ho voluto raccontare anche i miei errori, le mie contraddizioni e le reazioni di cui non vado fiera. Ma ho dovuto imparare una distinzione fondamentale: riconoscere i miei sbagli non significa assumermi la responsabilità della violenza che ho subito. Aver commesso un errore non rendeva legittimo essere controllata, né rendeva accettabile essere insultata o umiliata. Una discussione non giustificava una minaccia. Sembrano distinzioni banali, ma per me non lo sono state affatto.
Una parte decisiva di questo percorso è stata smettere di guardare indietro chiedendomi soltanto “come hai fatto a non capirlo?” e cominciare a domandarmi “che cosa ti impediva, allora, di vederlo come lo vedi oggi?”. Sono due domande completamente diverse: la prima si trasformava in un’accusa contro me stessa; la seconda mi permetteva finalmente di comprendere la dinamica nella quale ero stata coinvolta.
Non vorrei nemmeno raccontare questa evoluzione come qualcosa di concluso, perché non sarebbe vero. Una relazione può finire in un giorno, ma l’elaborazione di ciò che è accaduto richiede tempo e la mia non è ancora finita. Ci sono cose che oggi vedo con estrema limpidezza e altre sulle quali continuo a interrogarmi. Ci sono giorni in cui guardo quel passato con lucidità e altri in cui riaffiora un dubbio o un ricordo che devo rimettere al proprio posto.
Per me “uscire dalla cecità” non ha significato aprire improvvisamente gli occhi e avere tutte le risposte. Ha significato imparare a fidarmi di nuovo della mia percezione, smettere di colpevolizzarmi per ogni domanda e riuscire a guardare ciò che è accaduto chiamandolo finalmente con il suo nome.
Ed è un percorso che sto facendo ancora oggi.
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Non sei solo scrittrice, ma anche book blogger. Com’è nata la tua pagina Instagram Sophie’s Books Atelier?
Sophie’s Books Atelier è nato quasi per caso, come una conseguenza inaspettata della pubblicazione del mio primo libro. Quando ho pubblicato Il volto oscuro dell’amore, mi sono ritrovata improvvisamente catapultata nel mondo degli autori: un universo che, fino a quel momento, avevo osservato solo da lettrice. Ho iniziato a conoscere tantissime autrici e autori emergenti, a confrontarmi con loro e a dar vita alle prime collaborazioni.
Per me era quasi un sogno. Più vivevo quella realtà, più mi rendevo conto di quanti autori cercassero uno spazio in cui far conoscere il proprio lavoro. È nata da lì l’idea di aprire una pagina Instagram dedicata ai libri. Volevo creare un luogo in cui dare visibilità soprattutto agli emergenti, attraverso recensioni sincere, interviste e contenuti dedicati all’editoria. Fin dall’inizio ho impostato il progetto sull’autenticità: aiutare un autore non significa dire che un libro è bellissimo a prescindere, ma dedicarci tempo, leggerlo con attenzione e restituire un’opinione onesta e rispettosa.
Con il tempo il progetto è cresciuto: sono arrivate le collaborazioni con le case editrici e, quando Instagram ha iniziato a starmi stretto per la lunghezza dei contenuti, è nato il blog. Volevo uno spazio tutto mio per approfondire letture e interviste senza i vincoli di formato dei social.
Anche il nome ha una storia molto personale. Sophie era la mia gatta, la mia anima gemella a quattro zampe. Quando ho dovuto scegliere come chiamare questo progetto, ho voluto che ci fosse lei — a cui ho dedicato anche un pensiero nei ringraziamenti del mio libro. Sophie’s Books Atelier non è quindi solo il nome di una pagina, ma un luogo che unisce due cose a cui sono profondamente legata: i libri e il ricordo di Sophie.
Se penso a come è iniziato tutto, la cosa più bella è che questa pagina non sarebbe mai esistita senza la pubblicazione del mio romanzo. Quell’esperienza mi ha portato ad attraversare il confine tra chi i libri li legge e chi li scrive, facendomi nascere il desiderio di creare uno spazio in cui questi due mondi potessero finalmente incontrarsi.
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Cosa ti auguri che questo libro possa lasciare in eredità a chi lo legge?
Se dovessi scegliere una sola parola, probabilmente sarebbe consapevolezza.
È uno dei motivi principali per cui ho deciso di rendere pubblica una parte così personale della mia vita. Mi piacerebbe che questo libro potesse essere d’aiuto a chi ha vissuto qualcosa di simile, ma soprattutto a chi lo sta vivendo proprio ora e non riesce ancora a cogliere pienamente ciò che accade. Vorrei che, leggendo, queste persone si sentissero un po’ meno sole.
Una delle difficoltà maggiori è proprio dare un nome a determinati meccanismi, specie quando si parla di una violenza senza segni visibili sul corpo. La violenza psicologica e verbale viene ancora troppo spesso sottovalutata: il controllo viene scambiato per interesse, la gelosia per amore, e la libertà personale viene progressivamente cancellata, fino a non sentirsi più liberi nemmeno nelle scelte più semplici della propria quotidianità. Quando non ci sono lividi da mostrare, comprendere la gravità di ciò che accade è più difficile per tutti.
Mi auguro che il libro possa contribuire ad aprire gli occhi su questa “violenza invisibile”. Se qualcuno, leggendo la storia di Clara, dovesse riconoscere un pezzo della propria esperienza e porsi una domanda mai fatta prima, per me avrebbe già un valore enorme. Così come lo avrebbe se chi non ha mai vissuto nulla di simile riuscisse a guardare con occhi diversi e senza giudizio chi si trova dentro queste trappole.
C’è poi un altro punto a cui tengo particolarmente. La storia che racconto è quella di una donna che ha subito violenza psicologica da parte di un uomo, perché questa è la mia esperienza ed è ciò che posso testimoniare. Ma non vorrei mai passasse il messaggio che questo tipo di abuso abbia un solo genere o un’unica direzione. Anche gli uomini possono subire violenza psicologica, controllo, manipolazione e minacce all’interno di una relazione. È fondamentale dirlo: la sofferenza di una persona merita ascolto e attenzione indipendentemente dal suo genere. Il centro deve rimanere la dinamica violenta e la tutela di chi la sta subendo.
Ecco perché torno alla parola consapevolezza: per chi sta vivendo qualcosa di simile e non sa dargli un nome, per chi ne è uscito ma continua a colpevolizzarsi per non aver capito prima, e per chi da fuori rischia di giudicare senza comprendere.
Non penso che un libro possa risolvere la vita di qualcuno, ma una storia può far nascere un dubbio, permettere di riconoscersi e far capire che ciò che si sta provando non esiste solo tra le mura di casa propria. Se Il volto oscuro dell’amore riuscirà anche solo in questo, allora aver raccontato la mia storia avrà avuto un senso profondo.
Grazie mille, Giulia, per aver condiviso con noi la tua esperienza. Il volto oscuro dell’amore è disponibile nei maggiori store online e potete trovare Sophie’s Books Atelier su Instagram e a questo link.


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