Non un romanzo, non un saggio. Non un vero e proprio diario, e neppure un documentario o una biografia. L’opera di Paolo Nori è più una riflessione intimistica, quasi una conversazione a tu per tu per il lettore, e come ogni riflessione segue un suo flusso di coscienza, salta da un punto all’altro, si aggancia a un ricordo, da cui ne scaturisce un altro, e così via. E il titolo, Vi avverto che vivo per l’ultima. Noi e Anna Achmatova, sarebbe più corretto, forse, se fosse Io e Anna Achmatova. Al centro della narrazione, infatti, non è solo la poetessa russa in sé, ma l’amore dell’autore verso la cultura, la lingua, la letteratura russa nel suo insieme. E di questo amore, una grossa fetta è dedicata proprio a lei, alla “Regina Anna”, al poeta (lei non voleva che si usasse nei suoi confronti la forma femminile “poetessa”) che ha rappresentato per i russi l’incarnazione stessa della lirica.
Questo ritratto personalissimo e intimistico prende forma a poco a poco, intrecciandosi con le esperienze e gli aneddoti dell’autore, dalle riflessioni su sua figlia (chiamata scherzosamente “la Battaglia”) e sulla madre di sua figlia (chiamata scherzosamente “Togliatti”), fino a ironiche prese in giro di sé stesso. Non mancano considerazioni e quesiti sull’attuale situazione geopolitica: da amante della cultura russa, è giusto punire la lingua russa o le opere di Dostoevskij per una guerra scatenata da un governo che nulla c’entra con gli artisti del passato? È giusto cancellare eventi dedicati alla letteratura russa per protesta verso la guerra? Nori, con l’ironia e leggerezza che lo contraddistinguono, un po’ ci scherza e un po’ no, su questi quesiti, perché alla fine da tutta questa situazione, come ammette lui stesso, un po’ ci ha guadagnato: da quando la Bocconi ha annullato una serie di letture che avrebbe dovuto tenere all’università milanese, tutti lo chiamano e gli chiedono di intervenire in programmi e lezioni. E per quanto questo sia un mezzo, per lui, per continuare a dialogare, a tenere viva la fiamma della sua passione per la cultura russa, la cosa più importare è non abituarsi all’orrore, né normalizzarlo. Perché la sua paura più grande è “che ci facciamo invadere dalla bestialità. Che non ci rendiamo conto di quello che stiamo diventando e che, forse, siamo già diventati.»
Voto: 4/5


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