La contessa. Virginia Verasis di Castiglione è un libro storico-biografico dell’autrice Benedetta Craveri ed è stato pubblicato da Adelphi. Viene effettuata una straordinaria ricostruzione della figura della contessa di Castiglione, Virginia Verasis a partire da tutta una serie di lettere della donna che l’autrice ha abilmente reperito dagli archivi italiani e francesi. Grazie a questi documenti scopriamo un’inedita Virginia, i suoi amori, le sue ossessioni, le sue paure e i suoi progetti personali. Lo stesso Robert de Montesquiou la definisce la “divine comtesse” per il suo carattere complesso, indipendente, libero e per il suo anticonformismo. Grazie al suo fascino riuscì a conquistare molti uomini influenti come ad esempio l’imperatore di Francia, Napoleone III senza mai piegarsi ai loro voleri, mantenendo sempre grande autonomia, influenza, cinismo e intelligenza.

In copertina: Pierre-Louis Pierson,
Scherzo di follia (ritratto fotografico della contessa di Castiglione, 1863-1866).
The Metropolitan Museum of Art, New York.
© the Metropolitan Museum of Art. Gift of George Davis, 1948

L’intervista

Arstorica – Buongiorno Benedetta, piacere di conoscerla. È stato difficile ricostruire gli ambienti di corte in cui la contessa Virginia Oldoini è vissuta?

Benedetta Craveri – No, ma ha richiesto molte letture perché sia la corte dei Savoia a Torino in età risorgimentale, sia quella parigina di Napoleone III sono state oggetto di molteplici studi. Ma non è nella provinciale corte piemontese che la contessa di Castiglione voleva primeggiare bensì in quella elegante e cosmopolita della Francia del Secondo Impero. Basti dire che la stessa regina Vittoria che la visitò nel 1855 ne rimase ammirata.

Ne “La contessa” ci viene presentata con dovizia di dettagli la vita della contessa di Castiglione. È stato complesso ricostruire la sua figura storica? Se si, perché?

E’ stato complesso perché la Castiglione è una figura enigmatica sia dal punto di vista psicologico che da quello storico. Per quanto riguarda il primo punto, possiamo analizzare le modalità con cui ha costruito il suo personaggio, vedere come si sia imposta come icona della bellezza femminile, come abbia suscitato la curiosità delle élites europee e collezionato innumerevoli amanti, ma la sua vera personalità continua a sfuggirci. La conclusione a cui sono arrivata è che ci troviamo davanti a una grande attrice, capace di interpretare, a seconda degli stati d’animo e delle necessità del momento, un vasto repertorio di personaggi, ma che non svela mai la sua vera identità.

È ugualmente difficile ricostruire con esattezza il suo operato storico. Sappiamo che contribuì a cementare l’intesa politica tra Cavour e Napoleone III – intesa che avrebbe portato all’alleanza franco-piemontese e all’unità d’Italia – ma sul suo importantissimo ruolo di spia in sostegno alla causa risorgimentale, sui suoi rapporti con i servizi segreti di mezza Europa, abbiamo solo qualche indizio.

Giovanissima Virginia fu costretta a sposare Francesco Verasis, conte di Castiglione. Un matrimonio che lei non accettò di buon grado. Come riuscì a sopportare una decisione imposta dall’alto dalla sua famiglia contro il suo volere e la sua libertà? Ci dice la sua in merito?

Fu in realtà Virginia a decidere per prima, senza consultare i genitori, di accettare la domanda di matrimonio di Francesco Verasis di Castiglione, un gentiluomo piemontese con un albero genealogico di tutto rispetto, bello, ricco, elegante e pazzo d’amore per lei. Aveva appena sedici anni ma voleva emanciparsi dalla tutela vigile della famiglia e il matrimonio era all’epoca la sola condizione che consentisse alle donne di vivere una vita in prorio. Il passo successivo fu quello di prendere le distanze anche dal marito, non facendosi scrupolo di tradirlo allegramente. Verasis era troppo convenzionale per capire le esigenze di indipendenza della moglie e troppo innamorato per imporre la sua autorità e si rassegnò al ruolo di marito compiacente. Fu Virginia a volersi separare perché voleva essere libera, non tollerava intralci sulla sua strada, ma della libertà era anche pronta a pagare il costo.

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Virginia fu considerata la donna più bella d’Europa e riuscì a ingraziarsi in relazione alla sua bellezza non solo l’imperatore Napoleone III, il re Vittorio Emanuele di Savoia e tanti altri uomini importanti. Come veniva giudicata in seno alla società dell’epoca per questo suo atteggiamento libertino?

Narcisista all’ennesima potenza, Virginia aveva indubbiamente il culto della propria bellezza. Una bellezza così eccezionale da permetterle di sfidare tutte le regole imposte alle donne dalla morale ottocentesca, da assicurarle una celebrità da diva moderna ante litteram, e da consentirle di tenere in scacco innumerevoli amanti.

E questa bellezza di cui andava giustamente fiera Virginia volle immortalarla facendo ricorso all’arte della fotografia, nata una decina di anni prima di lei e di cui avvertì subito l’importanza. Era una tecnica che le consentì di mantenere un controllo perfetto della propria immagine, cosa che non le sarebbe stata possibile se si fosse affidata ai grandi ritrattisti della sua epoca. Per quarant’anni si fece periodicamente ritrarre dallo stesso fotografo parigino, ma non si limitò a posare davanti alla macchina fotografica perché fu anche la scenografa, la costumista, la sceneggiatrice, l’interprete di una autobiografia per immagini destinata a cambiare la storia del ritratto fotografico.

La Castiglione non può in alcun modo essere definita una cortigiana. Era una grande aristocratica dai modi impeccabili, ricevuta in tutte le corti d’Europa, che perpetuava anche in pieno Ottocento la tradizione di libertà e di pregiudicatezza delle donne della nobiltà d’Antico Regime.

La contessa di Castiglione riuscì anche a ingraziarsi uomini di alta finanza. Quanto contava per l’epoca avere il sostegno di personalità di spicco in ambito economico?

A Parigi Virginia entrò in contatto con con i grandi banchieri del tempo (i Lafitte, i Rotschild), e con il mondo dell’alta finanza, e si rese conto del legame strettissimo che intrattenevano con il potere politico. Imparò a sua volta a giocare in borsa con il metodo che oggi si chiama insider trading, basandosi cioè su informazioni riservate che consentivano di prevedere in anticipo la reazione dei mercati. Non si trattava per lei solo di un modo per assicurarsi di che vivere, rispondeva al suo gusto per la sfida, il rischio, l’azzardo. Non a caso non capitalizzava mai i suoi guadagni, li spendeva o se ne dimenticava…quello che contava per lei era di ritornare a tentare l’azzardo, il “colpo da maestro”. L’importante era giocare.

Parlando di Virginia come madre, ci racconta il suo travagliato rapporto con il figlio Giorgio?

La storia del rapporto con il figlio costituisce la grande tragedia della vita di Virginia. Abituata a considerare il suo bellissimo bambino come un complemento della propria bellezza, facendolo ritrarre al suo fianco in molte splendide fotografie, non aveva accettato che crescendo il figlio volesse a sua volta vivere di vita propria e aveva rotto i rapporti con lui. Ma la notizia della sua morte a poco più di vent’anni, alle soglie di una brillante carriera diplomatica, le aveva spezzato il cuore, perché, come ebbe a dire, quel figlio ribelle era l’unico uomo che lei aveva veramente amato. La sua ragione incominciò allora a vacillare e, ritiratasi in un appartamento tappezzato di nero, incominciò una lenta discesa nel mondo degli Inferi, entrando così nella leggenda.