L’estate che ho ucciso mio nonno è un libro scritto da Giulia Lombezzi e pubblicato dalla casa editrice Bollati Boringhieri. Al centro della storia ci sono Alice e Marta, rispettivamente figlia e madre che, nel momento in cui Andrea – nonno di Alice e padre di Marta – si insinua nelle loro vite sconvolge le tranquille dinamiche familiari di tutti i giorni. La situazione precipita quando Alice inizia a sentirsi messa da parte dalla madre che sembra completamente succube del nonno di cui si sta occupando. Sarà in questa circostanza che Alice inizierà a perdere il controllo della situazione fino a rischiare di commettere un atto irreparabile.
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L’intervista
Arstorica – “L’estate che ho ucciso mio nonno” mette in luce quelle che sono le crepe dell’istituzione familiare. Ci spiega meglio questo aspetto?
Giulia Lombezzi – Ho voluto raccontare come all’interno di una famiglia molto ordinaria e in una dinamica molto ordinaria come quella di prendere un anziano in casa possano sorgere e svilupparsi istinti molto brutali, e persino omicidi: mi interessava capire come si arriva da una situazione di stabilità a una situazione al limite della cronaca nera e per farlo ho lavorato sulle azioni e le reazioni fra personaggi. Per quanto riguarda le crepe dell’istituzione familiare, non sono una sociologa ma da scrittrice forse l’unica risposta che posso dare è che spesso in famiglia non ci si parla abbastanza, o con sufficiente franchezza, si innalzano muri e tabù che alla lunga diventano molto pericolosi.
Nel romanzo sono poste in primo piano due donne, Alice e Marta – figlia e madre – una diversa dall’altra. Ci illustra i loro personaggi?
Marta è figlia di un’epoca nella quale ancora alcune cose venivano date per scontate: il fatto per esempio che ci si debba prendere cura dei genitori a prescindere dall’amore che da loro si è ricevuto.
È sempre stata inoltre una persona con un grande senso del lavoro, perché deriva da un mondo dove “se ti impegni ce la fai,” dove ti sembra che ci sia ancora abbastanza spazio per tutti.
Alice sicuramente non è prigioniera di questo senso del dovere generazionale, non ha inoltre particolari ansie da prestazione scolastica ed è repellente a qualsiasi tipo di retorica. È figlia di un tempo post pandemico, di grave crisi climatica ed economica e dove un senso di decrescita e di maggior cura delle relazioni influisce nel modo in cui i giovani si rapportano al mondo.
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La vita delle due donne cambia totalmente quando Marta dovrà prendersi cura di Andrea, suo padre. Da quel momento il mondo di Alice crolla. Cosa rappresenta per lei questo cambiamento?
All’inizio Alice semplicemente è infastidita, perché il nonno fuma in casa, si lamenta sempre e non sa fare la differenziata. Poi sente un vuoto, perché la madre non si prende più cura di lei in quanto tutte le attenzioni sono rivolte al nonno. Dopo si rende conto che fra Marta e Andrea si è instaurata una dinamica di potere inestricabile e che sua madre ne sta soffrendo moltissimo, arrivando ad appassire fisicamente, privandosi di cibo e sonno. A quel punto capisce che deve intervenire.
Andrea, nonno di Alice, è burbero, si comporta come padre e padrone, sconvolgendo in toto la vita di figlia e nipote. Questa figura maschile compare anche oggi in molte famiglie, mostrando a volte il suo lato brutale. Lei cosa ne pensa?
Che non deve essere più responsabilità delle donne occuparsi della rabbia degli uomini. Gli uomini, di tutte le età, estrazioni e quant’altro devono saper individuare il problema, devono fare autocoscienza, lavorare sulla loro emotività bloccata e sulle loro fragilità pericolosissime e smettere di controllare le donne, di crederle una loro proprietà, di picchiarle e di ucciderle.
Alice non riesce a tollerare l’asservimento della madre al nonno e con il tempo inizia a maturare idee buie e non lecite. Senza fare spoiler ai lettori, riuscirà a trattenere i suoi impulsi negativi?
Diciamo che nel momento in cui questi impulsi si traducono in un’azione fisica, in cui viene a contatto con la realtà di un corpo altrui, mortale e organico, qualcosa dentro di lei cambia e sorgono nuove consapevolezze.
Viene messo in luce anche il rapporto genitori-figli da sempre complicato in ogni epoca storica. Ci parla di quello tra Marta e il padre e tra Marta e Alice?
Andrea ha sempre considerato la figlia una sua proprietà, e sebbene sia molto orgoglioso del suo successo scolastico ne è anche geloso, per cui cerca con ogni modo di vincolarla a sé. Sì ma con il potere, poi con il ricatto della propria condizione di anziano invalido.
Il rapporto tra Marta e Alice finché non arriva Andrea è un rapporto pacifico, le due donne condividono una condizione di quiete e rispetto delle reciproche attitudini. Quando Alice comincia però a mettersi tra Marta e Andrea per proteggere Marta, Marta la vede come un ostacolo e comincia a provare confusione e ostilità verso la figlia adolescente.
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“L’estate che ho ucciso mio nonno” è scritto con uno stile ironico e allo stesso tempo dolce. Ci spiega il perché di questa scelta?
Per non annoiare i lettori e per non annoiare me stessa.
In un mondo come quello attuale molti giovani si approcciano alle difficoltà della vita talvolta con atteggiamenti sbagliati. Cosa si dovrebbe fare a livello sociale e istituzionale per educare le giovani generazioni alla gentilezza e ai giusti valori della vita?
Secondo me sono le vecchie generazioni che vanno educate alla gentilezza, al rispetto degli ecosistemi, dei boschi, degli oceani, a non liquidare la crisi climatica come fake news e a non liquidare le fragilità dei giovani con “ai miei tempi si faceva più fatica.”
Se non siamo indiscreti, sta già lavorando a nuove storie?
Si!! Sto scrivendo un romanzo che parla del rapporto tra una persona fortemente urbanizzata e molto inserita in un sistema capitalista e consumista. È una realtà che rifugge da tutte queste dinamiche appunto è un lavoro che al momento mi pare mastodontico, ma sono una tipa testarda.
Si ringrazia Bollati Boringhieri di averci offerto una copia del romanzo.
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