Ondina. Il sorriso che ha cambiato il mondo è un libro pubblicato da Marco Tarozzi per la casa editrice Minerva. Viene descritta la biografia di un’atleta eccezionale, anticonvenzionale e determinata: Trebisonda Valla, da tutti conosciuta come Ondina. Nata e cresciuta a Bologna, Ondina mostra da subito il suo talento e si distingue in particolare nella disciplina degli 80 metri ostacoli, per cui vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Nel corso della sua carriera eccelle anche nel salto in alto ottenendo il primato nazionale che sarebbe durato dal 1937 al 1955 e nel getto del peso e nel lancio del disco. Si parla anche della sua grande amicizia con l’altra grande atleta italiana dell’epoca, Claudia Testoni, sua compagna di classe che si distinse anche lei negli 80 metri ostacoli. Nel libro si delinea un’Ondina Valla anticonformista, forte e moderna in un’epoca in cui le donne stavano ai margini della società.
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L’intervista
Arstorica – Buongiorno Marco, piacere di conoscerla. Nel suo libro “Ondina. Il sorriso che ha cambiato il mondo” viene ripercorsa la biografia di una delle più grandi atlete italiane della storia del Novecento: Trebisonda Valla da tutti conosciuta come Ondina. Dopo tanti sacrifici partecipa alle Olimpiadi di Berlino del 1936 vincendo un oro storico. Ci parla di come ha ricostruito, nel libro, questo importante evento storico importantissimo per lo sport italiano in un’epoca così buia come quella dei totalitarismi?
Marco Tarozzi – «Avevo già scritto di Ondina Valla in un libro per ragazzi, “L’Oro di Ondina”, uscito nella collana “Fatterelli bolognesi” di Edizioni Minerva, con cui sono andato in diverse scuole cittadine per raccontare agli studenti questa storia. Quella è stata già una buona base di partenza, alla quale ho aggiunto ulteriori ricerche, con in particolare preziosissimi ritrovamenti alla Biblioteca Sportiva del Coni di Bologna, una delle realtà più importanti per chi vuole documentarsi sulle storie di sport. Le Olimpiadi di Berlino sono state la punta dell’iceberg della carriera sportiva di Ondina, che ha saputo farsi trovare “al posto giusto nel momento giusto”, diciamo così. Ma essere lì, in quella finale insieme a Claudia Testoni, ha avuto un grande valore simbolico, in un’epoca in cui, firmati nel 1929 i Patti Lateranensi, il regime mostrava contrarietà alla pratica sportiva da parte delle donne, per non venir meno all’accordo stipulato con la Chiesa. Con la sua vittoria, Ondina sovvertì lo stato delle cose, e lo fece con l’esuberanza, la passione e in un certo senso la meravigliosa incoscienza dei vent’anni. La sua è stata quella che ho definito una “rivoluzione dolce”. E naturalmente vincente».
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Come è cambiata la vita di Ondina dopo la vittoria olimpica e quale impatto ha avuto sulla sua carriera?
«Ondina Valla divenne un’eroina pop, e naturalmente anche il regime cambiò registro, facendone un simbolo della “donna sportiva italiana”, Niente di clamoroso: da sempre i grandi successi sportivi “trainano” le ideologie politiche, e gli atleti e le squadre vincenti diventano – spesso inconsciamente – strumenti di propaganda. Ma nel concreto la vita di Ondina non cambiò registro: i “benefit” più significativi furono le 5000 lire concessele dal Duce in persona nell’incontro a Palazzo Venezia (all’epoca lo stipendio mensile medio di un operaio specializzato era di 400 lire, quello di un dirigente d’azienda di 2000 lire), il cronometro donatole dall’amministrazione comunale di Bologna in una cena di gala (come a lei, a tutti i reduci dalle Olimpiadi) e l’abbonamento allo Stadio Comunale per assistere alle partite, regalo del Bologna FC, graditissimo perché Ondina era tifosa accesa, e allenandosi spesso sulla pista del campo del Ravone, alla Virtus, aveva conosciuto personalmente molti giocatori rossoblù. Per quanto riguarda la carriera, va detto che quella della Valla fu sempre più frenata da problemi fisici, e dopo Berlino il suo divenne davvero, anche metaforicamente, un percorso ad ostacoli. Forse si può considerare come l’ultima vera “fiammata” il record italiano di salto in alto stabilito nel 1937, superando l’asticella a 1,56, destinato a durare per diciotto stagioni, fino al 1955».
Ondina in allenamento con la maglia della Nazionale italiana nel 1936 (Archivio Fotografico Storico “FOTOWALL” di Walter Breveglieri (già Publifoto) – Edizioni Minerva, Bologna).
Nel corso del libro si fa spesso riferimento alla rivalità sportiva tra Ondina Valla e Claudia Testoni, altra atleta di punta dell’atletica italiana dell’epoca. Ci parla del loro rapporto e di come questo ha influenzato la loro carriera?
«Questa è una storia nella storia. Perché è certamente un caso unico che due ragazze che hanno frequentato la stessa scuola media, che hanno conosciuto l’atletica nella stessa società sportiva, si ritrovino insieme in una finale olimpica. È anche indicativo di come la vittoria della Valla sia stata, appunto, la “punta dell’iceberg” di un movimento femminile in crescita. Nell’atletica la responsabile della squadra femminile, Marina Zanetti, aveva messo insieme un gruppo di sei, sette ragazze affiatate e piene di talento, un piccolo “commando” che andava incontro al futuro. Di sicuro va ridimensionata la “leggenda” che vuole l’amicizia tra Claudia e Ondina troncata dopo la gara di Berlino. Le due campionesse (la Testoni vinse due anni dopo la stessa gara, gli 80 ostacoli, ai Campionati Europei) rimasero invece in contatto per tutta la vita, e oltre a diversi aneddoti che lo testimoniano esiste un fitto scambio di cartoline e messaggi che continuarono a mandarsi anche quando la vita le allontanò, con la Testoni residente a Cagliari e la Valla a L’Aquila».
Ondina Valla e Claudia Testoni, regine dell’atletica italiana (Archivio Storico Sef Virtus).
In un’era come quella fascista il ruolo delle donne nello sport era marginale. Figure sportive come quella di Ondina Valla, considerata l’epoca, sono una goccia in mezzo al mare. Come mai il regime fascista non si oppose alla partecipazione di Ondina alle Olimpiadi del 1936? Ce ne parla?
«Nel 1936 non era più perseguibile la strada del “divieto”. Quella che peraltro Ondina aveva già conosciuto nel 1932. A soli sedici anni, avrebbe potuto diventare l’atleta italiana più giovane a partecipare alle Olimpiadi, aveva tutti i requisiti per prendere parte alla trasferta di Los Angeles, ma non fu convocata e la motivazione fa sorridere: sarebbe stata l’unica ragazza di una squadra di atletica tutta al maschile sul “bastimento” in viaggio sull’Atlantico. Berlino 1936 fu concepita come l’Olimpiade del riconoscimento internazionale della Germania nazista, che l’allestì ad arte per mostrare al mondo il meglio di sé. E l’Italia, a quel punto, della Germania era fedele alleata: non poteva certamente prendere una posizione contraria».
Se dovesse definire Ondina Valla con tre aggettivi, quali sceglierebbe e perché?
«Determinata, perché già dopo la delusione della mancata convocazione a Los Angeles reagì con la forza dei suoi sedici anni e con la convinzione di essere dalla parte del giusto, semplicemente prendendo la strada dell’allenamento come se non si fosse trattato di una grande occasione persa. Anticonvenzionale, perché la sua fu una sfida ai luoghi comuni dell’epoca: persino Andreana, sua madre, ogni volta che la vedeva uscire per andare al campo del Ravone le diceva: «Anche oggi vai a correre? Lo sai che così non trovi marito?». Vitale, perché il suo entusiasmo e il suo ottimismo l’hanno ispirata per tutta la carriera sportiva e anche nella vita, nonostante gli schiaffi del destino».
Ondina Valla impegnata negli 80 ostacoli (diritti di copyright del sito www.ondinavalla.it)
Si fa riferimento anche alla figura di Sara Simeoni, altra donna di punta dell’atletica e dello sport italiano in generale. Crede che in qualche modo lei sia stata l’erede di Ondina Valla?
«La stessa Simeoni lo ricorda, nella prefazione che ha regalato con entusiasmo e partecipazione, di cui la ringrazio, al libro. Dice, Sara, che “tra i suoi giorni di gloria e i miei è trascorso molto tempo, ma in qualche modo abbiamo entrambe aperto la strada: fai i risultati e si accorgono che esisti, iniziano a investire, a studiare le reazioni del fisico di una donna che pratica attività sportiva. Lei è stata una pioniera, io forse ho dato a mia volta una spinta in avanti al movimento femminile»
Quali differenze ci sono tra il mondo dello sport femminile ai tempi di Ondina e quello di oggi? E perché le donne in ogni epoca devono affermarsi più faticosamente nello sport rispetto agli uomini talvolta?
«Nella realtà, i passi avanti del movimento sportivo femminile sono molto più recenti rispetto all’oro olimpico della Valla. Basti un esempio: nel 1966 la leggendaria maratona di Boston, la più antica del mondo, era vietata alle donne, poiché si pensava che per loro impegnarsi su una distanza di corsa così lunga fosse controproducente. Roberta “Bobby” Gibb la corse quell’anno e giunse al traguardo camuffata con abiti larghi che non mettevano in risalto i suoi tratti femminili e mescolandosi ai 540 partenti di quell’edizione (e naturalmente non fu inserita nella classifica ufficiale), e un anno dopo Kathrine Switzer si iscrisse con la sola iniziale del nome di battesimo, e la sua iscrizione fu accettata perché si pensò che si trattasse di un concorrente uomo. La stessa Simeoni, sempre nella sua prefazione, ricorda che anche per lei la vittoria nell’alto alle Olimpiadi di Mosca del 1980 fu uno spartiacque, e che probabilmente lei stessa fu in qualche modo una pioniera. Se consideriamo che alle ultime Olimpiadi di Parigi, nel 2024, per la prima volta nella storia il numero di concorrenti donne è stato uguale a quello dei concorrenti uomini, possiamo comprendere che il mondo dello sport al femminile ha sicuramente fatto passi da gigante, ma anche che la strada della completa emancipazione e della parità è ancora lunga».
Qual è l’eredità lasciata da Ondina Valla alle future generazioni di atlete italiane?
«La figura di Trebisonda Valla, per tutti Ondina, è ancora di grande attualità. La sua è una storia che apre la mente, il suo esempio è ancora fondamentale per dare alle donne che amano lo sport e vogliono praticarlo il coraggio e la forza di superare ogni forma di pregiudizio».
Per il futuro sta già lavorando a qualche nuova storia?
«In realtà qualcosa ho già prodotto. La sceneggiatura di un “corto” diretto dal regista e attore bolognese Orfeo Orlando: si intitola “Dall’Angolo”, ha a che fare con lo sport e col mondo del pugilato e sta facendo la sua gara a vari concorsi e festival internazionali. Insieme all’attore Saverio Mazzoni ho inoltre allestito, producendo i testi, un reading multimediale, “Trilogia rossoblù”, in cui provo a dar voce ai tre più grandi personaggi della storia del Bologna FC 1909: Angelo Schiavio, il presidente Renato Dall’Ara e Giacomo Bulgarelli. Lo spettacolo debutterà il 7 maggio al Teatro Bacchelli di Casteldebole, poi inizierà a girare per teatri e, spero, rassegne estive».
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