Viviamo a modo nostro. Obbediamo al partito! Non abbiamo nulla da invidiare a questo mondo.

Sembrano slogan usciti direttamente dalla Guerra fredda. E lo sono.

La Corea del Nord è una vera e propria roccaforte del vecchio comunismo: sigillata nei confronti del mondo esterno, con un controllo totale della cultura, delle comunicazioni, della politica, i suoi abitanti vivono in una bolla completamente isolata. La giornalista americana Barbara Demick ricompone con maestria un quadro agghiacciante, basato sulle testimonianze di coloro che, sfidando la sorte in preda alla disperazione, sono riusciti a scappare dalla Corea del Nord. I loro racconti dipingono il mosaico di un Paese che, ad occhi esterni, sembrerebbe un’enorme e folle parodia, se non fosse che i loro abitanti vivono in un costante stato di timore, repressione e fatica. Dalla Guerra di Corea e dalla divisione del Paese in due, il Nord è rimasto un avamposto di povertà e controllo assoluto: negli anni Sessanta i nordcoreani non possedevano nulla, guadagnavano appena il necessario per sopravvivere, ed erano tutti relativamente uguali nella loro miseria. Una macchia sulla reputazione di una persona poteva espandersi a vista d’occhio su tutta la famiglia: un solo errore, una battuta sbagliata, un segno di ribellione e quella persona finiva dritta in un campo di lavoro, assieme a genitori, moglie, figli e tutta la famiglia per tre generazioni. Solo i membri del partito godevano di qualche privilegio, e arrivare a quei privilegi era la massima aspirazione di ognuno.

Con la morte del primo dittatore, Kim Il-sung, negli anni Novanta, la situazione si fece, se possibile, ancora peggiore. La caduta dell’URSS e del muro di Berlino avevano privato la Corea del Nord dell’alleato più potente (e delle sue esportazioni di energia) e il Paese sprofondò in una carestia devastante: donne, uomini, bambini morivano per strada, divorati dalla fame, mentre la Corea del Sud cresceva esponenzialmente per diventare uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati del mondo.

Per dare voce a questa storia, l’autrice ha scelto in particolare sei persone, dai background e percorsi differenti, da lei personalmente intervistate: dalla signora Song, che per tutta la vita è stata un’accanita sostenitrice del partito finché non ha aperto gli occhi di fronte al benessere della Cina, alla dottoressa Kim, condannata a veder morire i propri pazienti per denutrizione, fino a Jun-Sang, promettente giovane di una famiglia privilegiata, che scopre il mondo esterno, al di fuori della sua piccola bolla accademica protetta, guardando illegalmente la TV sudcoreana. Nulla da invidiare è una lettura scorrevole nonostante la drammaticità del suo contenuto: non si lascia andare a melodrammi, non commenta, non esprime giudizi da persona esterna. La narrazione fluisce con lo stesso stoicismo dei nordcoreani, abituati alle difficoltà della vita. E ancora oggi,

credo che molti nordcoreani siano ancora lì, senza internet, senza contatti con il mondo esterno, al freddo e alla fame, bloccati nel buio.

Ringraziamo di cuore la casa editrice Iperborea per averci regalato una copia del libro.

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Voto: 5/5