Il destino di Sofonisba è un romanzo storico-artistico della scrittrice Chiara Montani ed edito da Neri Pozza dedicato alla splendida figura della celebre ritrattista cremonese Sofonisba Anguissola vissuta per due secoli, il Cinquecento e il Seicento. Si ripercorrono, tra passato e presente, tutte le tappe della sua lunga vita. Si descrivono gli anni di formazione della Anguissola con il pittore lombardo Bernardino Campi che ne mise subito in evidenza il talento artistico. Si riportano anche gli anni che la pittrice trascorse presso la corte di re Filippo II di Spagna in qualità di dama d’onore e maestra di pittura della regina Isabella di Valois, terza moglie del re. Fu poi costretta dal monarca spagnolo a sposare con un matrimonio di convenienza Fabrizio Moncada, principe di Paternò, e dunque a trasferirsi in Sicilia, dove ebbe anche modo di conoscere Aloisia de Luna Vega, nobildonna e moglie di Cesare Moncada, principe di Paternò.

Dopo la morte del marito, la sua vita cambiò ancora e mentre stava tornando a Cremona, si innamorò del capitano di marina e nobile genovese Orazio Lomellini che poi sposò a Pisa in seconde nozze nel 1579. La sua vita fu votata all’arte, continuò a dipingere ritratti e visse tra Genova e Palermo con il marito. Nel romanzo viene effettuato un ritratto storico di Sofonisba che ci viene presentata come donna decisa, forte e controcorrente per quei tempi.

L’intervista

Arstorica – Bentrovata Chiara, con la mia collega Chiara abbiamo avuto il piacere di avere una sua bella intervista su “L’artista e il signore di Urbino”. Oggi con grande piacere vorremmo parlare del suo romanzo storico-artistico “Il destino di Sofonisba”. Com’è stato ricostruire la vita di un personaggio come quello della Anguissola?

Chiara Montani – Per me è stato un grande privilegio indossare i panni di Sofonisba Anguissola, un personaggio dal fascino straordinario, che io inseguo da sempre. Fin dalla prima volta in cui, una vita fa, mi sono imbattuta nella vicenda di questa pittrice, sono stata subito catturata non solo dai suoi meriti artistici, ma dalla sua vita da romanzo, rivelatrice di un orgoglio al femminile che si prestava in maniera irresistibile per essere trasposto in letteratura. La sua incredibile vicenda mi è così rimasta accanto per anni, le ho dedicato il mio primissimo lavoro, ma sapevo perfettamente che quel personaggio aveva ancora molto da dire.

Poi sono approdata alla grande editoria, ho pubblicato quattro romanzi e un saggio, e in tutti avevo la sensazione che la voce di Sofonisba continuasse ad affacciarsi, sovrapponendosi a quella di altre protagoniste cui davo vita. Intanto ho continuato a incrociare la sua strada, in suo nome ho stretto relazioni e amicizie, ho seguito da vicino nuove scoperte e attribuzioni, tutte finestre utili per approfondire la sua psiche e definirla sempre meglio come personaggio. Finché, cogliendo l’occasione del quarto centenario dalla sua morte, sono tornata a raccontarla in un modo nuovo e con rinnovata passione, chiudendo così un cerchio aperto molti anni fa.

Sofonisba Anguissola, sin da giovane, mostra un grande interesse per l’arte che conosce grazie a suo padre. Dopo aver fatto anni di lezioni, diventa molto abile nella realizzazione di ritratti. Ci parla del suo genio creativo?

Se al tempo di Sofonisba, secondo il modello dilagante in seguito alla pubblicazione del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, le fanciulle di buona famiglia venivano erudite nelle lettere, nella musica e nelle arti, restava il fatto che quei talenti andassero acquisiti al solo fine di formare delle perfette donne di palazzo. L’ampiezza di vedute di Amilcare Anguissola lo porta a maturare la decisione di mandare due delle sue figlie a imparare la pittura da uno dei migliori professionisti del tempo, Bernardino Campi.

Dall’apprendimento vengono però escluse l’anatomia, la geometria e la prospettiva, che eleverebbero quella formazione a un livello accademico inaccettabile per qualunque donna e tale mancanza finirà per segnare la carriera di Sofonisba, precludendole la pittura di invenzione. La sua grandezza sarà però quella di fare dei suoi limiti, un’eccellenza e, entro i confini del genere che le è concesso praticare, ovvero il ritratto, riuscirà non solo a distinguersi, ma anche a innovare, sviluppando una straordinaria sensibilità nel catturare i moti dell’animo incisi nei tratti del volto. L’arte di Sofonisba, al pari di quella di pochi altri grandi ritrattisti, finisce così per configurarsi come l’anello di congiunzione fra la fisiognomica leonardesca e la pittura della psiche, qualcosa che vedrà la luce sono molti secoli dopo.

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Per una donna affermarsi in campo artistico nel Cinquecento era molto difficile, nonostante tutto Sofonisba Anguissola riuscì a farsi strada in un campo lavorativo esclusivamente maschile. Fu una figura rivoluzionaria per l’epoca. In tal senso ci potrebbe dire che cosa ne pensa lei in merito?

Come già accennato, al tempo di Sofonisba l’arte femminile non doveva mai oltrepassare i limiti del puro diletto. Uniche eccezioni tollerate erano le monache pittrici o le figlie d’arte, che operavano sotto la stretta sorveglianza di un padre artista. Non essendo né l’una né l’altra cosa, Sofonisba si configura come un caso unico. E del tutto singolare è anche il fatto che lei insegni pittura a quasi tutte le sue sorelle, dando vita a una sorta di bottega familiare al femminile senza precedenti nella storia. Anche il successo da lei raggiunto già in giovanissima età è qualcosa che non si era mai visto prima e la sua luminosa parabola, degna dell’attenzione di Michelangelo e del Vasari, costituisce un traguardo a cui finiranno inevitabilmente per guardare tutte le aspiranti pittrici dei decenni successivi.

Fu una donna che, soprattutto nella prima parte della sua vita, dovette subire delle decisioni non derivanti dalla sua volontà come il trasferimento alla corte spagnola e poi quello successivo in Sicilia per sposare Fabrizio Moncada. Dagli studi da lei effettuati, come riuscì la donna a sopportare tutto ciò?

Emozioni, pensieri e stati d’animo non sono purtroppo qualcosa che si possa ritrovare fra i documenti. Sono quelli gli anfratti in cui la fantasia del romanziere può inserirsi e spaziare con maggior libertà, partendo da pochi dati reali per costruire la psicologia dei personaggi e renderli così vivi e autentici.
Ho immaginato in Sofonisba un sotterraneo, nascosto anelito alla libertà destinato restare frustrato per buona parte della sua vita. Ho messo in scena le difficoltà da lei sperimentate nell’essere catapultata in un ambiente, ostile, greve e oppressivo come la corte di Madrid e la resilienza mostrata nell’adattarsi, riuscendo stabilire un legame privilegiato con la regina e a rivestire, seppure ufficiosamente, i panni di pittrice di corte.

La Sofonisba a cui ho dato vita impara col tempo ad accettare quanto non è in suo potere cambiare, è sempre adeguata alle circostanze, sa farsi benvolere, sa stare alle regole ma ha anche all’occorrenza il coraggio di romperle. Penso di non essermi distaccata troppo dal vero, e ci sono alcuni episodi documentati a dimostrarlo, nell’immaginare che, dietro la maschera di pacata e colta gentildonna si nascondano una grande indipendenza e un temperamento d’eccezione. Insomma, una donna figlia delle dolci pianure padane, sotto la cui superficie scorre però la lava dell’Etna.

In amore, nella prima parte della sua vita, soffrì tantissimo. Come riuscì ad affrontare le delusioni amorose e anche la scomparsa per mare del marito?

La lettera che l’ambasciatore mantovano Girolamo Negri indirizza al suo duca, nel quale dice che il conte Broccardo Persico ha chiesto al Papa la dispensa per poter sposare la Sofonisba pittrice di cui è ‘innamorato morto’ mi ha fornito un bellissimo spunto letterario per mettere in scena una relazione contrastata e necessariamente segreta, le cui circostanze sono totalmente romanzate. E ho supposto che proprio il ricordo di quell’amore mai consumato sia ciò che ha trattenuto Sofonisba dall’intessere altre relazioni fino alla soglia della quarantina, quando viene costretta ad accettare l’uomo impostole dalla Corona.

Con quello sconosciuto fragile e tormentato, verso il quale Sofonisba finisce per sviluppare un legame molto stretto, quasi materno, ho immaginato un rapporto complesso, che occupa buona parte del romanzo. La scomparsa del marito getterà la pittrice in uno stato di prostrazione quale mai aveva conosciuto prima e la porterà a cercare conforto nell’arte, il suo modo di sublimare ogni dolore. Ma non sarà sufficiente, e solo quando lei riuscirà a perdonare se stessa troverà la forza di lasciar andare il passato e guardare avanti.

Nella seconda parte della sua vita la Anguissola fu nuovamente artefice del proprio destino. Come ritrovò il coraggio di rialzarsi e riprendere in mano la sua vita?

Penso che la forza di un nuovo sentimento e la possibilità di un futuro diverso siano ciò che aiuta la pittrice a liberarsi di tutti i ruoli fino a quel momento interpretati e a prendere la decisione di non compiacere più altri che se stessa. Con una sovrumana capacità di risorgere dalle proprie ceneri, quella donna alla soglia dei cinquant’anni, spezzata e finita, senza alcuna prospettiva se non quella di invecchiare tristemente fra le pareti della sua casa cremonese, riesce allora a rialzare la testa e a rivendicare con forza, contro tutto e tutti, il diritto di disporre di quanto resta della propria vita. Sono convinta che sia un’immagine di una forza narrativa incredibile, ed è il motivo per cui ho scelto proprio questo momento come snodo intorno a cui far ruotare tutto il gioco di flashback in cui è costruito il romanzo.

Ciò che contraddistinse la pittrice furono  la libertà e la fierezza d’animo. Ci parla meglio di queste sue qualità?

Ho già accennato al desiderio di libertà che ho cucito addosso alla mia protagonista e alla sotterranea volontà di ribellione che emerge a tratti dei documenti. Non solo nella scelta di sposare Orazio Lomellini contro il volere della famiglia e della Corona, ma anche in altri episodi, fra cui la partecipazione attiva di Sofonisba a una ribellione delle dame contro le eccessive limitazioni a cui erano sottoposte. Ho romanzato quei momenti e ne ho inseriti altri di fantasia, per testimoniare ad esempio l’insofferenza della pittrice verso il fanatismo religioso, l’orrore verso gli auto da fé, la sua gioia nel riuscire a strappare vite dalle grinfie dell’inquisizione, il suo rivendicare a testa alta il proprio diritto all’arte anche di fronte al marito che tenta di proibirgliela.

Quell’anelito di libertà si riflette anche in un gusto per l’avventura e nella dimensione del viaggio che riverbera forte dentro di lei rendendo indimenticabile il suo incontro con il mare. Nel momento in cui percepisce la salsedine sul volto, il vento nei capelli e sotto i piedi il rollio della nave, sente pulsare la vita dentro di sé forte come non l’aveva mai sentita. E quel ricordo l’accompagnerà per sempre, con un’intensità paragonabile solo al suo primo incontro con l’arte.

Diritti di copyright Chiara Montani

Tra gli altri personaggi del romanzo spicca anche la figura di Aloisia de Luna Vega. Donna decisa e senza scrupoli, volle a tutti i costi la Anguissola in Sicilia per poterla in qualche modo introdurre alla sua corte. Ci parla del suo personaggio e come ha fatto a ricostruirlo così bene?

Il personaggio di Aloisia è uno dei più forti del romanzo. Non erano molte le informazioni biografiche a mia disposizione su Aloisia principessa de Luna e Vega, giovanissima vedova di Cesare Moncada, primogenito ed erede della famiglia. Notizie sufficienti comunque a darmi l’esatta misura della statura di questa donna che, poco più che ventenne, prende su di sé la responsabilità della famiglia Moncada e la porta all’apice del suo prestigio, grazie a una rete di relazioni e spregiudicate politiche matrimoniali. Una donna di potere, stratega senza pari, ma anche mecenate e amante delle arti.

Fabrizio Moncada, il marito di Sofonisba, detesta Aloisia con tutte le sue forze e non sopporta di vederla a capo della propria famiglia. Eppure Sofonisba, pur sapendo che è una donna pericolosa e che dovrebbe esserle nemica, non può impedirsi di provare per lei una sorta di ammirazione e non resta insensibile alle lusinghe messe in atto dalla cognata per conquistarla. Ho così immaginato un rapporto sul filo del rasoio, che continua per tutta la durata del romanzo, finché la situazione finirà per esplodere costringendo le due donne a un drammatico confronto.

Il capitano Orazio Lomellini fu per lei un’ancora di salvezza e allo stesso tempo l’amore più importante della sua vita. Cosa rappresenta per la pittrice quest’uomo?

Di Orazio Lomellini non si sa quasi nulla, se non che è figlio illegittimo di una nobile famiglia genovese e che comanda una galea mercantile. Ho voluto tratteggiarlo con un carattere opposto a quello di Fabrizio Moncada. È un uomo sicuro di sé, imprevedibile, dall’ironia leggera e dalla battuta pronta, con un concetto elastico delle convenzioni che lo porta a non meravigliarsi del fatto che una donna possa eccellere nella pittura.

Ma soprattutto, laddove Fabrizio è un uomo pieno di lacci e limitazioni, prigioniero del suo orgoglio, delle convenzioni, dei suoi demoni, Orazio è intimamente e profondamente libero. E ho supposto che sia proprio questa libertà a esercitare su Sofonisba una fascinazione irresistibile.

Domanda di curiosità. In futuro le piacerebbe nuovamente cimentarsi nella ricostruzione romanzata della vita di qualche altra donna eccezionale della storia?

Senz’altro. Sto già pensando a nuove storie, e senza dubbio ci sarà ancora una protagonista femminile, molto probabilmente sempre legata a doppio filo con il mondo dell’arte.

Qui alla pagina tutte le informazioni sul libro Il destino di Sofonisba di Chiara Montani.

Ringraziamo la casa editrice Neri Pozza per la copia omaggio.