L’arte di Mabi Sanna nasce in un luogo allo stesso tempo silenzioso e potente, in cui memoria personale e memoria collettiva si incontrano, diventando immagine. Nei suoi lavori, l’artista sarda riesce con maestria a creare un linguaggio visivo autentico e radicato nella sua isola, la Sardegna, dove la memoria personale incontra quella collettiva. Nei suoi lavori il tempo appare sospeso: donne senza volto, sedie antiche, processioni notturne capaci di diventare delle presenze simboliche, custodi di grande identità e spiritualità. Il corpo femminile diventa universale, una forza silenziosa che resiste al cambiamento. Le sue opere raccontano il dialogo continuo tra la tradizione e la contemporaneità. Nelle sue opere veniamo immersi in un universo in cui l’arte è meditazione, ascolto e rinascita.
Diritti di copyright di Mabi Sanna
L’intervista
Arstorica – Buongiorno Mabi, ci parli del percorso che l’ha portata a dedicarsi all’arte? Cosa significa dipingere per lei?
Mabi Sanna – Sono avvocato civilista di professione, ma artista per vocazione. L’arte è sempre stata una presenza costante nella mia vita, fin dall’infanzia, quando osservavo e respiravo i riti, i silenzi e le atmosfere della mia Sardegna. Credo che essere autodidatta mi abbia permesso di costruire un linguaggio autentico, libero da schemi. Dipingere per me è meditazione, ascolto profondo, un atto quasi spirituale. È il luogo in cui la memoria personale si intreccia con quella collettiva e diventa immagine.
Le donne sarde sono al centro di molti suoi lavori. Si tratta di donne senza volto e in costumi sardi tradizionali. Ci spiega la scelta di rappresentarle senza volto?
L’assenza del volto è una scelta poetica e simbolica. Il volto individualizza, mentre io cerco l’essenza universale. Le mie donne non sono ritratti, ma archetipi: madri, figlie, sorelle, custodi di memoria. Sono figure che rappresentano l’identità femminile nel suo mistero e nella sua forza, ma anche la spersonalizzazione che attraversa la nostra epoca. Senza volto diventano tutti e nessuno, e proprio per questo profondamente riconoscibili. Il mio intendimento è di far parlare il corpo quale elemento spirituale. Il viso sardo è così intenso che ruberebbe la scena ai movimenti del corpo.
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La serie “Sedie di Donne senza volto” sembra raccontare memoria e identità al femminile: può parlarci di questo progetto e delle sue implicazioni simboliche?
Le sedie “Donne senza volto” e la serie Le Vallette nascono dal recupero di oggetti antichi, segnati dal tempo e dalla vita. Ridò vita a sedie destinate al macero immaginando che il legno siano le ossa di donne che furono. Attraverso l’intreccio tessile, il velluto, l’acciaio corten, queste sedie rinascono. Diventano metafore del corpo femminile, della resistenza, dell’attesa, della cura. Non sono più arredi, ma presenze simboliche, testimonianze di un passato che torna a vivere. È un lavoro che parla di rinascita, di dignità e di memoria.
L’intreccio si chiama “anelando”, quasi a richiamare il paese natio di mio padre “Anela”, in nord Sardegna, luogo che resta sempre nel mio cuore con i suoi colori e odori tipici e al quale spesso mi ispiro per le sue tradizioni.
Le mie sedie hanno un marchio registrato DONNE SENZA VOLTO.
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Come artista lei ha un approccio unico nel rappresentare le donne. In che modo il suo lavoro riflette l’evoluzione del ruolo femminile nella società contemporanea?
Le donne che rappresento sono radicate nella tradizione, ma non appartengono al passato. Si, talvolta richiamo donne di una certa età perché l’anziano è una grande risorsa, ci parla e ci trasmette la cultura del saper vivere. In generale, sono tutte figure forti, compatte, che avanzano insieme, spesso sfidando il vento e il mare. Raccontano una femminilità consapevole, capace di custodire e allo stesso tempo di trasformare. In questo senso il mio lavoro riflette l’evoluzione del ruolo femminile: donne che trovano forza nel collettivo e nell’appartenenza, senza rinunciare alla propria identità.
Come i suoi dipinti riflettono il rapporto tra la tradizione e l’innovazione nella cultura sarda? C’è una particolare simbologia che lega la sua arte alla sua terra d’origine?
La Sardegna è la mia radice profonda. Nei miei dipinti convivono costumi tradizionali, processioni, riti antichi, ma anche un linguaggio pittorico contemporaneo, materico, espressionista. Il vento, il mare, la terra, l’oro, la croce, il fuso sono simboli che raccontano la mia terra e la sua spiritualità. La tradizione non è mai folklore, ma materia viva che dialoga con il presente. Spesso intitolo i miei dipinti “Donne portate dal vento”. La Sardegna è l’isola del vento, il maestrale per eccellenza che, soffiando forte, toglie da davanti agli occhi quello che è sempre stato per poi cessare improvvisamente e lasciare le nostre cose mosse in ordine sparso. Spetta a noi, alla donna sarda, forte e fiera, rimetterle in ordine, non necessariamente con lo stesso che avevano prima dello spirare del vento. E’ evidente che ciò implica l’adattarsi al cambiamento improvviso. La forza della donna è anche questo.
La sua pittura è caratterizzata da un uso distintivo del colore. Come descriverebbe il suo approccio cromatico e quale ruolo giocano i colori nelle sue opere?
Il colore è energia, emozione, memoria. Lavoro con stesure dense e materiche, spesso stratificate, come se stessi tessendo la tela. I colori non sono mai decorativi, ma portatori di senso. Creano uno spazio sospeso, senza tempo, in cui le figure emergono lentamente, accompagnando lo spettatore in un percorso intimo e contemplativo.
Qual è il significato simbolico dei colori primari e dell’oro nei suoi lavori dedicati alla processione?
I colori primari rimandano all’origine, all’essenza, a ciò che è universale e primordiale. L’oro, invece, è luce e sacralità. Nei lavori dedicati alle processioni l’oro diventa segno di fede, di spiritualità, ma anche di valore collettivo. È la luce che unisce, che eleva, che trasforma il rito in esperienza condivisa.
Dipingo spesso processioni generalmente quelle notturne per giocare con le ombre ed alle quali ho partecipato attivamente per tanti anni, dando a queste un valore simbolico. Rappresenta la vita, gli attimi della vita. Ho scritto una breve poesia intitolata “La processione è un’ombra che passa”. Gliela leggo:
“Nella traversata della vita avanza l’aurora dall’alto che porta con sé il profilo verso ogni cosa e toglie le ombre scure e crea speranza.
Una voce dal vento disegna il passato che corre al fianco e ne sospira l’ombra.
Breve è la vita i cui giorni sono ombra che passa che nuovamente domando a Dio in cerca di un rifugio mio.”
Nel 2010 feci una mostra dentro la Chiesa di Sant’Efisio di Cagliari presentata dallo storico Fernando Ferrigno che scrisse:
“Ama la profondità dell’anima, Mabi, le scruta, le fa emergere con i colori, con le pennellate forti, con gli ori, le vesti ricamate, le passioni…
Rappresenta la vita, Mabi, gli attimi della vita…e li ferma a scatti e li fa scorrere, sequenza dopo sequenza, come in un film…ed emoziona…e cattura…”
(Fernando Ferrigno, 29 maggio 2010)
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Come riesce a trasmettere il senso di collettività e memoria storica attraverso figure o elementi apparentemente quotidiani?
Attraverso la ripetizione, l’unisono, la serialità delle figure. Sedie, abiti, processioni sono elementi quotidiani che diventano simboli universali. Le mie donne si muovono insieme, come una comunità, perché l’identità, per me, si esprime nel collettivo. È così che la memoria storica diventa presente, viva, condivisa. Credo molto nella sinergia.
Come descriverebbe l’evoluzione del suo linguaggio pittorico dalle prime mostre fino alle sue più recenti esposizioni?
Nel tempo il mio linguaggio si è fatto più essenziale e profondo. Ho progressivamente eliminato il superfluo per arrivare all’anima delle cose. La contaminazione con la Fiber Art ha rafforzato il rapporto con la materia e con il tempo lento del fare. Oggi la mia pittura è più contemplativa, più silenziosa, ma anche più intensa e consapevole.
In futuro quale soggetto pittorico mai rappresentato, le piacerebbe dipingere?
Mi piacerebbe esplorare ulteriormente il tema dell’origine, dell’infanzia intesa non come età, ma come luogo simbolico della memoria e dell’essere. Un’infanzia sospesa, senza tempo, fatta di gesti, di attese e di fili invisibili che legano il passato al presente.





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