La seminatrice di coraggio è un romanzo di Antonella Desirèe Giuffrè, pubblicato da tre60 editore. Sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale viene raccontata la storia di Maria Roccaforte, maestra che, dopo avere conosciuto il ricco proprietario terriero Pietro Bonaventura, se ne innamora fino a decidere di sposarlo. Vivendo con lui tra le montagne, conosce degli aspetti caratteriali del marito che non la entusiasmano e un personaggio spregiudicato come Vito Scardaccia, amico di suo marito. Con il richiamo di Pietro sul fronte di guerra, sarà lei a doversi occupare di casa Bonaventura e delle proprietà del marito, in cui lavora molta gentile umile.

La donna impara a conoscerli e a stringere con loro dei legami. La sua vita cambia inevitabilmente nel momento in cui verrà a conoscenza della Federazione delle Seminatrici di coraggio fondata da Sofia Bisi Albini nel momento in cui andrà a chiedere informazioni del marito, soldato in guerra, di cui non riceve notizie da un po’ di tempo. Grazie ad essa Maria si mette in gioco, stringendo una forte solidarietà con le donne della Fondazione e diventando anche madrina di un soldato con cui avrà una corrispondenza intensa e che le farà vivere grandi emozioni: Marcello Elia. In questo romanzo le donne sono protagoniste, mostrando tutta la loro fierezza, libertà ed orgoglio.

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L’intervista

Arstorica – Buongiorno Antonella, piacere di conoscerla. “La seminatrice di coraggio” è un romanzo storico ambientato in Sicilia nel periodo della Grande Guerra e racconta il riscatto delle donne e la loro importante battaglia per la conquista dei diritti. Ci parla un po’ di quest’ultimo aspetto e di come esse cerchino di far sentire la loro voce in un’epoca storica in cui le donne sono relegate ai margini della società?

Antonella Desirèe Giuffrè – Grazie, essere ospitata su Arstorica è un vero piacere.
La voce di un’epoca storica come quella che ho scelto di trattare in La seminatrice di coraggio, racconta l’apice della sopportazione che le donne del periodo, relegate ai margini della società e rimaste sole a lottare contro i soprusi a cui venivano sottoposte, hanno raggiunto; quel fatidico momento in cui ci si guarda negli occhi, ci si pone domande che non hanno bisogno di parole, e infine si sceglie: di combattere, di ribellarsi, di cambiare il proprio destino.

È quello che le donne hanno iniziato a fare in quegli anni sanguinosi e di grande evoluzione, durante i quali si sono riscoperte protagoniste inaspettate sotto ogni punto di vista: nel settore agricolo, di amministrazione, medico, e via dicendo. Le donne italiane della Grande Guerra hanno sorretto un intero Paese destinato, altrimenti, alla rovina.

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Per scrivere un romanzo storico, il lavoro di raccolta delle fonti è molto importante. Com’è stato il suo lavoro di ricerca?

Molto attivo e ricco di scoperte che hanno, di volta in volta, generato curiosità e stupore. Le fonti principali sono state quelle trovate attraverso l’Archivio Storico della Marina Militare: documenti, stralci di diari e lettere degli ufficiali, dei soldati, delle madrine di guerra, delle referenti degli Uffici Notizie; analisi e approfondimenti di studiosi che hanno finalmente messo alla luce il duro lavoro e l’impegno della donna nei numerosi ruoli rivestiti durante gli anni della guerra. Ma non solo: le fonti per scrivere La seminatrice di coraggio risalgono anche alla lettura di testi che parlano degli Iblei nella Grande Guerra e del ruolo fondamentale che hanno avuto le donne appartenenti alla Federazione Nazionale delle Seminatrici di coraggio.

Nel romanzo ruolo fondamentale è quello rappresentato dalla Federazione delle Seminatrici di coraggio fondata da Sofia Bisi Albini. Ci parla di essa e di come sia divenuto per le donne uno strumento di forte solidarietà in tempi di guerra?

Sofia Albini, giornalista e scrittrice italiana, si rende conto di quanto il suo Paese abbia bisogno di qualcosa che soltanto l’unione, la cooperazione e la speranza possono dare: il coraggio. Sofia, così, riesce a dare vita alla Federazione Nazionale di alleanza femminile chiamata delle Seminatrici di coraggio e ne diventa lei stessa la prima seminatrice, riuscendo a coinvolgere un gran numero di volontarie che hanno abbracciato la causa a favore della patria con fervore, ognuna nelle proprie possibilità.
Maestre, contadine, nobili, infermiere, casalinghe, studentesse, donne che sapevano tenere una penna in mano e non: tutte, ognuna nelle proprie possibilità, hanno partecipato attivamente alle numerose attività che la guerra porta inevitabilmente con sé.

Le seminatrici di coraggio più colte divenivano referenti dell’Ufficio Notizie per mantenere i contatti tra i soldati e le famiglie indigenti. Altre, invece, si dedicavano a una forma di volontariato mirata alla cura dell’animo umano: la corrispondenza. Numerose sono infatti le lettere che testimoniano le commoventi relazioni epistolari nate tra i soldati e le loro madrine di guerra. Il forte lavoro umanitario si è esteso poi a tutte, e non soltanto le braccianti svolgevano il duro lavoro nei campi affinché la maggior parte dei raccolti venisse inviato al fronte come provviste per i soldati, ma lavoravano anche la lana per inviare loro coperte, vestiti, e il necessario utile ad affrontare il freddo dei monti.
Nel mio romanzo, La seminatrice di coraggio, racconto la nascita di questo movimento femminile nella mia terra di origine, la Sicilia.

Maria è la protagonista del romanzo. È una donna molto bella, forte e, nonostante le angherie subite da parte di uomini come Vito Scardaccia, riesce ad affermarsi grazie al suo carattere fiero e all’istruzione. Ci descrive meglio il suo personaggio?

Maria Roccaforte è una donna che, nella sua semplicità, diventa grande protagonista per un motivo ben delineato: non si arrende di fronte alle difficoltà. Impara che – più spesso di quanto si possa credere – le sconfitte nascondono altre opportunità, nuovi cammini da intraprendere. È una donna che sente tutto il peso delle responsabilità a cui deve inaspettatamente fare fronte e fa del suo meglio per sostenerlo rinunciando, a volte, ai suoi stessi bisogni e desideri.

Nel mio romanzo riveste i ruoli di referente dell’Ufficio Notizie nonché quello di madrina di guerra, mirando a descriverne le peculiarità attraverso le sue esperienze personali e quelle delle seminatrici di coraggio che la circondano. Spero possa infine rappresentare i punti di forza e le fragilità di ogni seminatrice di coraggio dell’epoca.

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Oltre a Maria ci sono le altre donne del villaggio Bonaventura: Nunziatina, Mimì, Caterina, ecc. In qualche modo, nonostante le mille difficoltà, tutte riescono a riscattarsi e alla fine a far sentire la propria voce. Ci parla di loro e del forte senso di solidarietà che creano tra loro?

Le numerose donne citate sono storie nella Storia: vogliono rappresentare la vita tra i campi, le numerose difficoltà che hanno messo spesso con le spalle al muro mogli, madri, sorelle di famiglie divise e dilaniate non soltanto dalla guerra, ma anche dalle organizzazioni mafiose e da scellerati traffici umani come quello della vendita dei bambini nelle solfatare. A unire tutte queste donne è stato il dolore, così come le esperienze comuni, il bisogno di umanità. La loro sorellanza ha salvato moltissime vite e ha reso possibile l’equilibrio delle campagne in assenza degli uomini al fronte. Il loro grido “La campagna siamo noi!” è un manifesto politico che mira a compiere i primi passi verso la lotta per i diritti delle donne.

Bianca è un altro personaggio di grande temperamento. Da profuga di guerra diventa la migliore amica di Maria e la donna amata da suo fratello. Ce la descrive?

A un certo punto della storia, Bianca diventa la compagna di viaggio della nostra Maria Roccaforte. Lei è una portatrice carnica: rappresenta un’altra grande e formidabile figura rimasta indelebile tra le pagine della Grande Guerra. Di loro, delle portatrici carniche, ci parla la bravissima Ilaria Tuti nel suo magnifico romanzo Fiore di roccia. Bianca è una donna che ha già trovato, seppure attraverso prove durissime, una sua indipendenza e verità; indipendentemente dall’amore e dal parere di chi la circonda.

L’amore è un altro grande tema del romanzo: Maria ama prima suo marito Pietro che la guerra gli strappa via e poi, dopo una lunga corrispondenza di guerra, il soldato Marcello Elia. Senza fare spoiler, ci parla del rapporto tra la protagonista e questi due uomini molto diversi tra loro?

Quello di Maria per Pietro è un amore che vive tra le rocce: si fa casa, poi prigione, prova da superare. È una roccia che sa scaldare e bruciare, ma anche divenire terribilmente fredda e ostile. L’amore per Marcello è come il mare: il suo richiamo giunge da lontano. È nel vento, nel profumo della salsedine che resta addosso e non lo dimentichi.

Il diritto all’istruzione è un altro tema molto importante affrontato nel romanzo che spinge Maria, in passato insegnante, a costruire una scuola nel villaggio Bonaventura. Questa verrà frequentata dai bambini e da alcune donne. Ci parla di come sia importante l’istruzione per Maria e per i bambini del villaggio e di come essa possa essere una grande scelta di libertà?

Penso che l’istruzione sia il modo, l’unico, di poter abbattere qualsiasi tipo di barriera. La conoscenza crea unione, l’unione crea altro sapere da tramandare alle generazioni future. Il messaggio del diritto all’istruzione e di quanto questa sia fondamentale nella vita di ognuno di noi, è forse quello per me più importante tra le pagine de La seminatrice di coraggio: l’istruzione ci rende consapevoli delle nostre abilità, delle nostre potenzialità; tutte diverse, uniche e, proprio per questo, tutte utili alla realizzazione di un mondo migliore. L’istruzione ci rende liberi.

Nel romanzo vi sono anche figure maschili: Pietro, Vito Scardaccia, Luigi Roccaforte, Gregorio Roccaforte, Marcello Elia. Ognuno ha un carattere diverso, ci parla un po’ di loro?

Pietro Bonaventura è un uomo prigioniero del proprio credo patriarcale; vittima e al tempo stesso carnefice, ama a suo modo e si convince che quello possa essere l’unico modo possibile.
Vito Scardaccia è il volto di una Sicilia appesa ai compromessi. Affascinante, magnetico, ambiguo.
Luigi Roccaforte vuole rappresentare una generazione all’epoca ancora embrionale: ribelle, anticonformista, devota a una libertà di scelta che il sistema non prevedeva affatto.
Gregorio Roccaforte è il risvolto della medaglia: il simbolo della vecchia generazione votata al sacrificio, al senso del dovere, dell’onore; a scapito della felicità e della propria stessa vita.
In Marcello Elia, infine, ho voluto tratteggiare la speranza, lo sconforto e l’incredibile voglia di vivere che ha accomunato i soldati inviati al fronte. Lui, attraverso le sue lettere scritte in un italiano non perfetto, ma ricche di emozioni capaci di toccare il cuore di Maria, diventa il suo rifugio. In lui, Maria incarna quella forza e quella debolezza con cui spero di averla resa “umana”.

Potrebbe sembrare una domanda scontata, ma sta già lavorando a nuove storie?

Sì, lavoro a un nuovo romanzo e anche questo, seppure in modo diverso, mira a raccontare la Storia, -quella dimenticata nel tempo – attraverso le donne.

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