Il sentiero delle formichelle è un romanzo scritto da Alice Castellini e pubblicato dalla casa editrice Piemme. Viene raccontata la storia delle formichelle Rachele e Nannina, due gemelle dal carattere completamente diverso attraverso le vicende di due giovani sorelle: Ninfa e Allelì.

Rachele è una donna molto legata alla tradizione e al proprio territorio. Trasporta pesanti sporte di limoni, lunghe pertiche di castagno che servono per la costruzione dei pergolati tipici del paesaggio della Costiera, sassi calcarei per la costruzione delle case e tutto ciò le va bene nonostante implichi degli sforzi disumani. Nannina invece non si adatta al mestiere di formichella: dopo aver conosciuto una scrittrice, donna libera che le insegna anche a leggere e scrivere decide che non vuole adattarsi alla mentalità dell’epoca. Vengono poi raccontate anche le storie di Ninfa e Allelì, le altre due giovani protagoniste della storia.

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L’intervista

Arstorica – Buongiorno Alessia, piacere di conoscerla. Una domanda per conoscerla meglio: quando ha capito che la scrittura sarebbe diventata la sua professione?

Alice Castellini – Salve e grazie per aver scelto di dar spazio a me e alle formichelle su Arstorica. Allora, dirò forse una cosa un po’ banale, ma ho sempre sognato di fare la scrittrice, fin da bambina. Un po’ meno banale, considerato questo sogno, è il tipo di studi universitari che ho intrapreso, ovvero fisica teorica. La verità è che, crescendo, a volte si smette di credere in certi sogni, perché si cambia o per necessità. Io, invece, a ventisette anni, ho ripreso in mano quel vecchio sogno e sono tornata a crederci, cercando di far tesoro, se non delle conoscenze specifiche (non scrivo romanzi sulla fisica), almeno delle competenze di ricerca e di analisi.

Ho capito che avrei provato a rendere la scrittura la mia professione quando mi sono resa conto che le opportunità lavorative che mi venivano offerte in base ai miei studi non mi rendevano affatto felice. Anzi, ogni volta che facevo un colloquio, sentivo una piccola vocina che mi diceva “scappa, non è questo il tuo posto.” Così ho deciso che avrei dato un’occasione a me e alla mia voglia di raccontare storie. Avevo messo da parte qualche soldo durante il mio dottorato e mi sono potuta permettere di non cercare un’occupazione mentre scrivevo, anche e soprattutto grazie al supporto delle persone a me più vicine.

A questo stadio, era tutto soltanto un grande salto nel buio. Nessuno si aspettava che facessi un cambiamento del genere e non è stato semplice crederci ogni giorno, ignorare le voci di chi mi diceva che era una follia. Ma ho resistito, perché sentivo che dovevo almeno provarci. È stato quando sono arrivati i contratti con la casa editrice italiana Piemme Edizioni e quello con la casa editrice francese Michel Lafon che è diventata realmente la mia professione. E spero che lo resti.

Ne “Il sentiero delle formichelle” si racconta la storia delle formichelle, donne che lavoravano duramente a Tramonti. Ci racconta di come è venuta a conoscenza della loro storia?

Ho scoperto l’esistenza di Tramonti e delle formichelle grazie a una puntata di un programma sulla RAI, “Il Provinciale”, condotto da Federico Quaranta. Parlava di luoghi della Costiera Amalfitana che non avevano a che fare con il mare e con le parti più turistiche. Mi sono bastati i pochi minuti che ha dedicato al nome e alla storia di quelle donne per volerne sapere di più. Ma online le informazioni erano davvero poche, l’unico modo per approfondire era andare lì, parlare con la gente, porre le domande giuste. A dire il vero non so come mai quel giorno io abbia visto proprio quell’episodio: non era in tv, ho cercato le puntate del programma online e ne ho aperta una a caso. A volte mi piace pensare che siano state le formichelle a cercare me e non il contrario.

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Per conoscere bene la storia delle formichelle è stata a Tramonti e dintorni. Ha conosciuto un’intera comunità che le ha fatto conoscere tradizioni e una storia unica. Che cosa l’ha colpita maggiormente, ce ne vuole parlare?

Le persone. Ciò che mi ha colpito di più sono le persone di Tramonti e di Maiori. Quando sono arrivata, avevo ventotto anni e nessuna esperienza nel campo. Non avevo idea di come sarebbe andata, prima di partire avevo soltanto contattato la guida di trekking intervistata da Federico Quaranta durante l’episodio, dicendo che stavo scrivendo un libro ambientato a Tramonti (sapevo che lo avrei fatto, ancor prima di raccogliere tutte le informazioni preziose, sentivo che era la strada giusta per me), e lui, Matteo Giordano, è stato gentilissimo. Non era scontato, era un periodo difficile. Gli scrissi a metà Maggio 2021 e arrivai lì i primi di Giugno, si andava ancora in giro con le mascherine per la Pandemia di Covid-19.

Quando arrivai, mi accolsero tutti con un calore che porterò sempre nel cuore. Si innescò una reazione a catena, ogni persona con cui parlavo mi regalava informazioni preziose e mi metteva in contatto con un’altra persona. Incontro dopo incontro arrivai ad Amalfi, al Museo della Carta, dove feci con le mie mani un foglio di carta bambagina, poi a Maiori, nella casa di una delle ultime formichelle in vita. Conobbi Margherita, sua figlia, e Domenico, suo nipote: persone magnifiche, con cui sono rimasta in contatto anche durante la stesura del romanzo. Ecco cosa mi ha colpito di più di quei luoghi: in un periodo in cui non ci si abbracciava più e ci si toccava a stento, tutti loro mi hanno aperto le porte di casa e mi hanno raccontato le loro storie, le loro tradizioni, i loro ricordi, mi hanno mostrato la loro terra.

Le protagoniste della storia sono Ninfa, giovane ragazza milanese, e sua sorella più piccola Alelí. Ci parla dei loro personaggi e di come, dopo un lungo periodo di separazione, recuperano il loro rapporto?

Ninfa ha poco più di vent’anni e si sente schiacciata dalle aspettative sociali e familiari. Pur di rimanere fedele a se stessa e ai propri tempi, a diciannove anni ha deciso di non iscriversi all’università, deludendo la famiglia, e di trovare un lavoro qualsiasi. Questo l’ha allontanata da tutti, perfino dalla sorellina che lei tanto ama. L’unica cosa che la fa stare bene è costruire terrari, dei piccoli giardini sotto vetro che si autosostengono e in cui lei si riconosce. Alelì invece ha nove anni ed è esattamente come i genitori speravano: una bambina perfetta a scuola, nelle attività extra-scolastiche, nel rapporto con la famiglia.

A causa di una tragedia che coinvolge i genitori, le due sorelle saranno costrette a riavvicinarsi dopo quattro anni di distanza e a fare i conti con l’incomunicabilità, con i fraintendimenti che il tempo ha ingigantito. Per Alelì, che aveva soltanto quattro anni quando la sorella è andata via di casa, Ninfa è un’estranea, e per Ninfa, Alelì è tutto ciò che lei non è mai stata e anche una responsabilità forse troppo pesante per le sue spalle ancora troppo deboli. Mettendosi sulle tracce di una vecchia storia raccontata dalla nonna, intraprenderanno un viaggio che porterà entrambe non soltanto ad affrontare il dolore ma anche a conoscersi meglio. Ninfa capirà che dietro l’atteggiamento ostile della bambina si cela la paura dell’abbandono e di poter perderla ancora, com’è successo in passato. Alelì, invece, imparerà a guardare la sorella con i propri occhi e non con quelli dei genitori, e a essere fiera delle sue scelte di vita.

Rachele e Nannina sono gli altri personaggi centrali della storia. Sono due gemelle di Tramonti, molto povere e che, per aiutare la propria famiglia, lavorano come formichelle. Ci parla di loro?

Rachele è il ritratto della formichella del tempo, ovvero è una donna profondamente legata alla tradizione e alla propria terra, ai sentieri dei Monti Lattari e alla natura incontaminata che li abita. Affronta la vita ripetendosi che la sorte non si sceglie, capita e basta, e che si deve saper fare del proprio meglio con ciò che essa mette a disposizione. Il lavoro che svolge da quando era bambina è logorante, a tratti disumano. Insieme alla sorella, Rachele trasporta lungo sentieri scoscesi e impervi sporte pesantissime piene di limoni, lunghe pertiche di castagno per la costruzione dei pergolati tipici del paesaggio della Costiera, sassi calcarei per la costruzione delle case, e tanto altro. E tutto questo a lei sta bene. A Nannina invece no. Nannina è innamorata della carta che si produce nelle cartiere dei Monti Lattari, sogna una vita diversa, meno faticosa. Guarda le amiche, costrette a subire abusi dai mariti violenti, e si dice che lei, questa fine, non la vuole fare.

Le due gemelle sono diversissime, eppure non riescono a stare l’una senza l’altra. Il loro legame, tuttavia, sarà messo a dura prova dall’arrivo di una scrittrice, che insegnerà a Nannina a leggere e a scrivere, e dalle conseguenze nefaste dell’amore di Rachele per un ragazzo del luogo. Il personaggio di Rachele è frutto di tutti i racconti che ho ascoltato in Costiera, quello di Nannina, invece, è il frutto di quella voce che avevo in testa mentre li ascoltavo e che mi spingeva a chiedermi, con gli occhi di una donna di oggi, come facessero ad accettare quella vita.

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Nel libro si affrontano temi importanti come la violenza sulle donne. Le due formichelle protagoniste della storia subiscono umiliazioni continue e violenza. Ci può dire la sua su questo tema?

Il mestiere che svolgevano era una forma di violenza. Era classificato come lavoro da braccianti agricoli, perché non esisteva una categoria che lo rappresentasse: di fatto era il lavoro dei muli. Eppure loro lo svolgevano, anche fino al nono mese di gravidanza, a volte partorendo lungo il sentiero. Perché? Era un modo per uscire di casa, sentirsi utili. Era un timido passo di emancipazione femminile, anche se mal riuscito. Spesso erano vittime di violenze domestiche, di imposizioni familiari durissime che cambiavano il corso delle loro vite. E accettavano. Perché non la vedevano neanche, un’alternativa. Non erano minimamente consapevoli dei loro diritti, anche se già esistevano delle leggi che le avrebbero tutelate.

La cosa che più mi ha spiazzata è stata questa, mentre ascoltavo i racconti della signora Nannina Apicella, una delle ultime formichelle in vita: la forte abnegazione con cui lavoravano e affrontavano ogni giornata. Abbiamo di certo fatto grandi passi da allora, anche se penso che ne servano davvero tanti tanti altri. Nello scrivere il romanzo ho scelto di raccontare dal punto di vista di Rachele: quello di Nannina era molto più semplice, più affine al mio modo di pensare, ma quello della gemella era una vera sfida, perché la sua maniera di vedere il mondo è davvero molto diversa da quella odierna.

Ninfa è un personaggio molto coraggioso. Ha lasciato la sua famiglia per essere libera di fare ciò che vuole. Ci parla meglio di questo suo desiderio di libertà?

Ninfa è figlia di due genitori medici e ricercatori, che avrebbero tanto voluto che lei seguisse le loro orme. I suoi coetanei sembrano avere le idee chiarissime sul futuro – sanno cosa vogliono studiare all’università, chi vogliono diventare. Lei invece non ne ha idea. Sa cosa non vuole fare, cosa non vuole diventare. Ma questo per molti, più che un punto di partenza, è un capriccio. Il fatto è che lei, in una società che crede che fermarsi a pensare sia peggio del prendere scelte a caso pur di non perdere tempo, non ci si trova. Ed è disposta ad allontanarsi da tutto e da tutti pur di non lasciarsi trascinare dalle aspettative altrui.

Anche Nannina vuole affermare la sua libertà e per farlo mette in discussione tutto. Ci approfondisce questo aspetto?

Nannina è la formichella ribelle. Quando ne ha l’occasione, preferisce andare a lavorare in cartiera e guadagnare di meno, pur di non spaccarsi la schiena sotto le sporte piene di limoni. Si innamora, ma sogna anche una vita libera dai vincoli matrimoniali. Si lascia affascinare dalla cultura della scrittrice, impara a scrivere e quando le imposizioni della famiglia le distruggeranno la vita, urlerà a gran voce che lei, la propria sorte, avrebbe voluto sceglierla, perché quella che le è toccata non le dà alcuna speranza. Mette così in discussione tutto: il rapporto con la sorella, con la propria terra, con i propri sogni.

Tra gli altri temi affrontati nel romanzo vi è anche quello dell’amore. Ci vuole parlare in merito di ciò che accade a Rachele e Nannina su questo fronte?

Le due sorelle vivono l’amore in modo molto diverso. Per Rachele all’inizio è quasi un’utopia, una di quelle cose che nella vita reale, quanto meno in quella delle persone che la circondano, non esiste. Sostiene che a sperare qualcosa in più di un matrimonio di convenienza economica si resti soltanto deluse. Quando l’amore entra nella sua vita, tuttavia, lo fa con una dolcezza che lei non avrebbe mai attribuito a un uomo, e si ritrova a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto. Questo sentimento la cambierà profondamente e influenzerà anche le vite di molte delle persone attorno a lei. Nannina, invece, che ha sempre sperato in un matrimonio d’amore, quando per la prima volta proverà dei sentimenti per un ragazzo, si chiederà se valga la pena seguirli o tenersi stretta ancora per un po’ la propria libertà.

Che consigli vorrebbe dare a chi vorrebbe intraprendere il lavoro di scrittore/scrittrice ma è bloccato perché non sa da che parte cominciare?

Consiglio di non mollare, perché la parte più difficile è crederci ogni giorno. Posso dire quelle che ha aiutato me:

  • leggere, leggere tantissimo, non soltanto il genere di libri che si vuole scrivere;
  • pianificare, avere in mente una sinossi chiara e dettagliata, anche una scaletta di capitoli se possibile. Aiuta a non bloccarsi, a individuare e a eliminare, prima di iniziare a scrivere, eventuali macro-problemi, e non è vincolante, si può sempre modificare tutto strada facendo;
  • accettare che scrivere è riscrivere;
  • trovare il proprio stile;
  • valutare le varie opzioni per la pubblicazione: io mi sono affidata a un agente letterario, perché è un buon modo per arrivare a buoni contratti editoriali, ma non è l’unico, ovviamente. Le agenzie letterarie sono un ottimo modo per ottenere con sicurezza l’opinione di un editor esperto, che potenzialmente, se interessato, ti può mettere in contatto con buone case editrici. Ma ci sono anche altri canali. In generale, ritengo che sia sempre una buona idea, prima di inviare un manoscritto alle case editrici o di ricorrere al self-publishing, richiedere l’opinione di editor e di beta-lettori: l’editing è un lavoro complesso, che è meglio affrontare con dei professionisti.

Grazie di cuore, di nuovo, per avermi dato spazio sul vostro blog!

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