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Dove risiede il nucleo più profondo della coscienza umana? Lise Mundus, protagonista narrante de “I volti”, romanzo dell’autrice danese Tove Ditlevsen, individua l’essenza segreta dell’Umano nel viso, mappa tanto composita quanto mutevole, nella percezione di un osservatore esterno e dello stesso soggetto che si auto-osserva, dell’identità. 

Lise è una scrittrice in crisi, tradita da un marito emotivamente assente, dai figli che si divincolano verso le proprie strade, dall’ambiguità degli amici, e al contempo subisce il tradimento della sé scrittrice, in profonda crisi con le radici del proprio successo letterario. La sua sindrome dell’impostore diviene un concreto delirio paranoide che subentra alla lucidità della sua coscienza e le sibila all’orecchio un complotto contro la sua stessa vita, portandola al ricovero coatto, alle cinghie attorno ai polsi, alla tragica passività di una donna malata, eppure dalla sorprendente finezza d’analisi della propria condizione di sofferenza, e vigile sull’oscuro ripostiglio che giace, sigillato, nel proprio cuore di donna nella società danese degli anni Sessanta.

Malata, forse, ma consapevole e affilata nell’ammettere quel dolore di moglie e madre spogliata del suo volto di artista, bersagliata da dinamiche di gaslighting domestico che incrinano ulteriormente la fiducia nella propria percezione della realtà, e nelle quali si svela al lettore, forse spingendolo alla comprensione profonda, o forse mentendo anche a lui, in una spirale psicotica mai del tutto afferrabile.

La crisi psichica si esprime attraverso quel volto che, nell’impeto delle emozioni, rischia perennemente di caderle tra le mani, di sgretolarsi sul pavimento, di lasciarsi sfigurare, rubare, alterare attraverso il tocco di mani e sguardi altrui. Ma contemporaneamente, oltre alla maschera tragica, si fa tragico il linguaggio, e la narrazione di Tove Ditlevsen annega, con gioia poetica ma altresì con angoscia verbale, in una profusione convulsa di similitudini visionarie e liriche metafore, con quell’armonia cacofonica del «come se…» che sviscera una drammatica difficoltà nell’esprimere il cuore dei concetti, assieme allo slancio letterario del voler dare loro un’immagine ispirata.

Lise Mundus rappresenta la donna intrappolata nei ruoli domestici, e che alle sue prigioni preferisce, drammaticamente, la ritirata di una detenzione psichiatrica. Ma non solo: è anche la scrittrice creativa, imputata dall’opinione pubblica (o, chissà, dalla propria coscienza che ne assume il volto) per la fredda distanza dalle vicende politiche; e ancora, la madre condannata da sé stessa per essersi data, più che ai propri figli, alla propria ispirazione d’artista.

“I volti” è un racconto di abissale, tormentosa, suggestiva lucidità, un gorgo di allucinazioni, deliri e afflizione che, nel suo vorticare, rapido, tra le pagine sottili, rivela l’imponente spessore di quel disperato bisogno umano di possedere almeno una parte di sé che non sia definita dalla voce, o dagli occhi, di un altro.

Si ringrazia Fazi Editore per averci regalato una copia del romanzo.