Alaska è un romanzo scritto dall’autrice Valentina Maini e pubblicato dalla casa editrice Bollati Boringhieri nel febbraio 2026. Tutto ruota attorno alla protagonista centrale della storia, Maia, giovane di grande talento che si mantiene dipingendo per strada e sogna un futuro d’artista. Due persone sono importanti per lei: Sergio, pescatore sposato, con due figli e molto più grande di lei, di cui la ragazza si innamora e Louis, suo amico che per lei è un punto di riferimento molto importante. Maia vive la sua vita intensamente restando ancorata all’amore che prova per Sergio e sprofondando nella sua stessa mente, imprigionata in immagini, fantasie e ossessioni.
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L’intervista
Arstorica – Il suo romanzo “Alaska” racconta la storia di Maia, giovane artista trasferitasi a Venezia e dal carattere molto particolare. Ci parla del suo personaggio?
Valentina Maini – Maia è una giovane donna persa e vitale, una ragazza piena di talento, un talento che le sguscia via; è una bambina che prova a guardare avanti ma resta intrappolata nelle ombre, nel passato. Man mano, nel romanzo, sprofonda. Poi riemerge ed è un’altra persona, una persona che prima non c’era.
Maia si innamora di Sergio, uomo molto più grande di lei. Il loro non è un rapporto sano, ma nonostante tutto la ragazza si butta in questa storia. Ci parla del rapporto che la lega a quest’uomo?
Non amo parlare di amori sani e non sani, non mi sono mai orientata secondo queste categorie nella vita. Nemmeno ciò che scrivo si piega a questa morale. Penso che il loro sia un amore bello, nel senso che è un amore evolutivo, che fa entrare entrambi in contatto con qualcosa di irrisolto, qualcosa che è necessario guardare. Poi certo, è un amore oscuro, difficile, sbilanciato, forse addirittura incestuoso. Orribile. Costa loro tanto dolore. Cela in sé una violenza, è come una nascita.
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Sergio per Maia diventa quasi un’ossessione amorosa a tal punto che quando lui decide di vederla di meno, inizia a fargli telefonate anonime? Perché la ragazza non riesce a staccarsi da lui?
Maia ha l’impressione che nella voce di Sergio si nasconda il motivo dell’amore che prova per lui. Per questo non vuole vederlo, non vuole che l’apparenza, il corpo, la confondano. Vuole isolare quell’unico elemento di Sergio. Questo ha un significato essenziale per me. Il romanzo è nato da un’immagine che anni fa mi perseguitava, un’immagine estremamente vivida che io non sapevo da dove provenisse (solo pochi giorni fa, incredibilmente e con orrore, l’ho saputo): una ragazza adolescente, sdraiata a terra a pancia in giù, che porge l’orecchio al terreno, lo ascolta. Maia si ritrova spesso in questa posizione, sdraiata a terra, cerca qualcosa. Come se il sottosuolo portasse un messaggio per lei. Il messaggio è difficile da ascoltare. Attorno a questo fulcro ho costruito Alaska: sostanzialmente un romanzo dove a una ragazza viene confidato un segreto.
Un’altra figura centrale nella vita di Maia è Louis. Per lei è un amico importante e il ragazzo la include nella sua vita. Ci racconta qualcosa di lui?
L’amicizia è un sentimento difficile da raccontare perché è un sentimento quieto, raramente deraglia verso gli estremi, è quotidiano e profondo, non si infiamma, non cede spesso alla disperazione, come accade facilmente con l’amore, i rapporti familiari, fraterni. Louis è un amico, un potenziale amante, una boa per non essere trascinata via. Molti ci hanno visto un amore buono, una possibilità che Maia non coglie, ma a me questo punto di vista non interessa più di tanto, o meglio, non ci credo. Louis è una persona che vede Maia, anche se lei tende a nascondersi, che la forza a uscire dal suo guscio. È anche una persona superficiale, attratta dalla superficie. Non intendo con questo dare un giudizio morale su di lui, intendo dire che ciò che affiora è ciò che lo affascina – la schiuma che produce l’arte -, mentre Maia quella schiuma la crea, e all’origine del processo creativo, si trova sul fondo, tra gli squali. Louis è il braccio che tenta di sottrarla alle sabbie mobili, agli squali. Ma non è una personalità così innocua, lo si vede alla fine. Lui rivela, lui forza, lui distrugge, lui scopre. Però non la salva. Non interviene. La lascia andare.
Il romanzo si articola in tre parti: nella prima vi è una terza persona che descrive il personaggio di Maia in tutti i suoi dettagli tra sogno e realtà, nella seconda invece vi è un noi interiore alla giovane, nella terza invece è Louis a descrivere un’installazione della sua amica 15 anni dopo. Approfondisce con noi questa suddivisione del romanzo?
Ho un po’ la fissa delle strutture ternarie, forse perché mi illudo esista un percorso dialettico almeno nella letteratura. Che lì arrivi la catarsi, ci si possa liberare. La divisione, in questo caso, contribuisce a chiarificare per tappe la discesa di Maia nel mondo onirico, o infero, sancendo nella prima parte un’estrema volontà di analisi, di illuminazione (lo svisceramento della relazione; i punti fissi; le idee quasi coriacee sull’amore); poi, nella seconda parte, subentra lo sprofondare di Maia nell’inconscio che prende parola al posto suo, osservandola dal basso, come accade quando sei sott’acqua e alzi lo sguardo per guardare il sole. L’ultima parte decreta la scomparsa di Maia per come l’abbiamo conosciuta, una Maia che è stata risucchiata da un vortice e ne è riemersa cambiata, sostituita da una donna simile a lei, ma in cui non rintracciamo con esattezza la sua figura.
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La prima parte del romanzo è molto particolare: vi è una parte onirica che si frappone alla realtà degli eventi. Ci spiega meglio questa scelta narrativa?
Inizialmente, per quasi un anno, il romanzo era solo la parte in corsivo – onirica – non c’era altro, non c’era Maia. C’erano queste due donne senza nome, che si muovevano su un’isola imprecisata, che si drogavano con una pianta misteriosa, due donne – probabilmente madre e figlia – che vivevano una simbiosi quasi amorosa, in una totale immersione nella natura, come se volessero trasformarsi in vegetali, in qualcosa di non umano. Ma l’energia di questo panorama si è esaurita in fretta e in quel momento il libro si è fermato. È stato dopo parecchio tempo che è arrivata Maia, è comparso Sergio, è subentrata la narrazione più “normale” del loro amore. Inizialmente pensavo di dover scegliere una direzione o l’altra, come se le due storie si escludessero a vicenda, ma loro continuavano a presentarsi a me insieme, come a braccetto. Non capivo cosa c’entrassero l’una con l’altra. Fortunatamente, alla fine l’ho capito.
L’arte è una componente molto importante nella vita di Maia, anche se la ragazza pur avendo un grande talento non lo sfrutta appieno. Ci vuole approfondire questo aspetto?
Questo aspetto torna spesso nelle cose che scrivo un po’ per motivi personali, un po’ perché la società in cui viviamo, in questo senso, è crudele, assurda, idiota. Non sa guardare al di là del proprio naso, vede solo ciò che è posizionato in bella mostra, non ha desiderio di scavare, di intravedere, non intuisce. È tutto sguaiato, volgare, di una tristezza ignobile, si celebrano i grandi solo dopo che sono morti, che si sono ammazzati. Gli artisti oggi sono quelli che fanno gli artisti, che si vestono da artisti, che frequentano posti da artisti, che parlano da artisti, che frignano da artisti. Sono invece spinta a credere che l’artista abbia un profondo desiderio di sparire, di non essere riconosciuto. Di non essere visto, sì, nella sua differenza sostanziale. Anche se sa che tutti lo vedranno, prima o poi, tutti si accorgeranno di lui. Mi piace chi si impegna in questo esercizio di sparizione, in questa pantomima dell’essere normale, chi cerca di non essere guardato. Credo in questo tipo di persone, non alle altre. Mi piace parlare di loro.
Si ringrazia Bollati Boringhieri per averci regalato una copia del romanzo.




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