Artista, illustratrice e ceramista, Edina Altara nacque a Sassari il 9 luglio 1898. Figlia di un oculista, Eugenio, e di una esponente di una facoltosa famiglia del sassarese, Gavina Campus, Edina crebbe insieme alle tre sorelle in un contesto benestante e acculturato. La famiglia era amica del pittore e illustratore Giuseppe Biasi, grande nome della pittura sarda, e fu proprio lui a incoraggiare la naturale propensione della giovane Edina all’arte e al disegno. Edina dimostrava anche talento nel ritaglio e nella costruzione, nella decorazione di oggetti e nel restauro di antichità, sintetizzando un sentimento che andava affermandosi nel primo decennio del Novecento e che dava nuovo valore e prestigio agli oggetti di uso comune, superando la tradizionale e secolare distinzione tra arte “superiore” e arte “povera”, legata alla quotidianità.
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Giovanissima, Edina esordì con alcune sue opere, tra cui dei giocattoli in cartoncino, alla mostra della Società degli Amici dell’Arte di Torino (1917), durante la quale il re Vittorio Emanuele III in persona acquistò il suo collage “Nella terra degli intrepidi sardi”. Quella mostra fu per lei l’occasione di farsi notare come artista, e non furono pochi gli apprezzamenti ricevuti da artisti contemporanei; non mancarono però anche le critiche, soprattutto di chi considerava la sua arte tipicamente “femminile”, perciò irrazionale, emotiva e senza una visione d’insieme.
Il periodo piemontese
La giovane artista, invece, era tutt’altro che irrazionale: attenta lettrice delle riviste di moda e arte, si teneva aggiornata sulle ultime novità e tendenze, che cercava di interpretare a modo suo. Nel 1918 si trasferì a Casale Monferrato, cittadina in cui iniziò a lavorare come illustratrice per diverse riviste di moda, arte e arredamento; due anni dopo, sposò l’illustratore Vittorio Accornero de Testa (nome d’arte Victor Max Ninon), insieme al quale firmò molteplici progetti congiunti. Con gli anni Venti si consolidò la moda decò e l’artista si dedicò anche alla realizzazione di numerose cartoline per diverse case editrici, oltre a calendari per marchi di cosmetici e altri gadget. Edina e il marito collaborarono insieme per più di un decennio e vissero una vita agiata, socialmente e artisticamente impegnata, fino al 1934, quando i due misero fine al matrimonio e al loro sodalizio artistico, forse per il desiderio di acquisire ciascuno un’identità artistica e personale separata.
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Il periodo milanese
La separazione dal marito, anche se amichevole, diede inizio a un periodo di smarrimento, che terminò con la decisione di Edina di cambiare aria in tutti i sensi. Abbandonando temporaneamente l’illustrazione, cominciò a lavorare a due grandi progetti: la ceramica, per cui realizzò disegni decorativi, e la moda. Si trasferì a Milano dove diede prova di un grande spirito imprenditoriale e aprì un piccolo atelier presso la propria abitazione; ad aiutarla chiamò le sorelle Lavinia e Iride, che di conseguenza si avviarono a loro volta in un percorso artistico. L’atelier, con i suoi pezzi ispirati alla moda sarda, ebbe un grande successo e si conquistò una clientela di un certo prestigio; resistette finché poté, ma l’incombere della Seconda Guerra Mondiale costrinse infine le sorelle alla chiusura.
Nonostante la guerra, nel 1941 Edina avviò una collaborazione con la rivista Grazia e poi con Bellezza, dove conobbe l’architetto e designer Gio Ponti: con Ponti iniziò una lunga amicizia e collaborazione artistica, che le aprì le porte del mondo del design. L’artista firmò alcune delle decorazioni sulle opere di Ponti e collaborò con l’architetto alla decorazione degli interni di cinque transatlantici. Insieme, firmarono un’opera, Allegoria del viaggiare (1950), destinata al transatlantico Conte Grande.
L’oblio
L’impulso all’arte decorativa degli anni Venti e Trenta andò però a spegnersi negli anni Cinquanta: il dibattito sul valore dell’arte declassò di nuovo le arti applicate ad espressioni artistiche “secondarie” e “inferiori” all’arte “vera”, per cui la produzione di Edina Altara, per quanto apprezzata dal pubblico, subì un calo nella considerazione dei critici. Negli anni Sessanta e Settanta l’artista si limitò a lavorare su commissione, adeguandosi alle richieste del mercato; dopo la morte delle sorelle Lavinia e Iride, tornò nel luogo in cui era iniziato tutto, la Sardegna. Lì morì nel 1983 in una casa di riposo a Lanusei.
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Il nome di Edina Altara non è molto noto nel mondo dell’arte; dopo la sua morte, le sue opere scivolarono lentamente nel dimenticatoio, sia perché considerate espressioni di un’arte secondaria, sia perché realizzate da un’artista donna. Solo di recente i suoi lavori sono tornati a interessare il pubblico: oggi è possibile vedere alcune sue opere alla Pinacoteca Nazionale di Sassari, al Museo d’arte della provincia di Nuoro e a Oliena (Nuoro), dove è presente una collezione di ceramiche da lei realizzate. Al Quirinale è inoltre esposto il collage acquistato dal re nel 1917.
A cura di Chiara Saibene.




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